Dopo mesi di difficoltà, crisi, lockdown e débacle economica, oggi sappiamo molto di più del Covid-19. Sappiamo, ad esempio, che gli effetti nella maggioranza delle persone sono lievi e durano al massimo un paio di settimane. Ma si tratta pur sempre di un virus infido, in molti casi anche mortale. E in tanti altri, ancora sconosciuto. Eh sì, perché esiste una categoria di persone che si trascinano i sintomi pandemici per mesi, passando da fasi di vita normale ad altre davvero debilitanti. Stiamo parlando dei long-haulers”, termine coniato nei paesi anglosassoni proprio per individuare i soggetti che devono fare i conti con la pandemia davvero a lungo.

Covid-19 e “long-haulers”: popolo di invisibili

Di che numeri stiamo parlando? Non esiste una statistica ufficiale, in tal senso. Si sa però che sono probabilmente diverse centinaia di migliaia le persone nel mondo ad avere sintomi a distanza di settimane e mesi dal contagio. La medicina sino ad oggi non sa dare risposte definitive a questi pazienti. Ma si sa che oltre agli effetti debilitanti della malattia, a problemi si aggiungono problemi: ansia e depressione, panico perché si combatte contro un nemico invisibile… E poi le difficoltà economiche, con l’impossibilità di tornare al lavoro e la scarsa sensibilità pubblica nei confronti della cosiddetta “long Covid”, sconosciuta e incomprensibile ai più.

Poche certezze

Insomma, sono poche le certezze.Tra i sintomi più comunemente segnalati ci sono difficoltà respiratorie, stanchezza e malessere diffusi, mal di testa. E ancora: dolori al petto, problemi gastrointestinali e nausea, ma ne sono stati segnalati anche decine di altri. Alcuni anche molto diversi da quelli solitamente associati al Covid-19 – febbre, tosse, difficoltà respiratorie, perdita di gusto e olfatto. Ad aumentare la confusione, una considerevole percentuale di “long-haulers” non era stata inizialmente sottoposta al tampone, perché presentava sintomi lievi oppure diversi da quelli più comuni, e non ha quindi mai ricevuto una vera diagnosi.

Casi pratici

Allora bisogna rifarsi ai pochissimi studi già pubblicati. Come quello del giornalista scientifico Ed Yong, che ha raccontato alcune storie di persone che presentano sintomi a mesi di distanza dall’infezione. Lauren Nichols si è ammalata il 10 marzo scorso: cinque mesi dopo, ad agosto inoltrato, soffriva ancora di problemi gastrointestinali, nausea, battito cardiaco irregolare, perdita della memoria a breve termine, ipersensibilità alla luce. I suoi sintomi iniziali non erano stati giudicati compatibili con il Covid-19, e per questo non era stata sottoposta ai test. Avendo 32 anni, il dottore non era preoccupato. L’età relativamente giovane, così come i sintomi inizialmente non molto gravi, sembrano essere tratti comuni di questa categoria di persone. E proprio di recente si sta abbassando notevolmente l’età dei contagiati. Già, stiamo parlando di un virus “democratico”, capace di colpire un po’ tutti.

Lo studio italiano

Molto interessante lo studio pubblicato da un gruppo di medici del Policlinico Gemelli di Roma, guidato dal geriatra Angelo Carfì. Tra il 21 aprile e il 29 maggio, 143 pazienti hanno accettato di partecipare alla ricerca e si sono “negativizzati” al test. Di questi, a due mesi dalla comparsa dei primi sintomi, soltanto il 12,6% era totalmente privo di sintomi. Il 32% presentava ancora problematiche; il 55% per cento tre o più sintomi. Nessuno aveva febbre o denunciava sintomi associati alle infezioni più gravi, ma è stato diagnosticato un peggioramento delle condizioni di vita per il 44% per cento dei partecipanti. Certo, le conclusioni dello studio sono basate su un campione piccolo, e saranno necessarie molte altre ricerche per capire meglio in cosa consista questa evoluzione del Covid-19. Una cosa è sicura, però: la pandemia ha una vita molto lunga, più di quanto possiamo attualmente diagnosticare.