Esiste davvero una correlazione tra vitamina D e diffusione del Coronavirus? Stando ad una serie di studi internazionali, chi ha una carenza di vitamina D avrebbe un rischio maggiore di contrarre il virus. In caso di positività, inoltre, svilupperebbe una forma più grave della malattia. Ad oggi, sono oltre 300 le ricerche di laboratorio che avvalorerebbero questa ipotesi. Siamo ancora nel campo delle ipotesi, in ogni caso. Anche perché il Ministero della Salute continua a ribadire che non esistono evidenze scientifiche in merito. Intanto, sta facendo discutere il recente studio condotto dai professori Giancarlo Isaia, docente di Geriatria e Presidente dell’Accademia di Medicina di Torino, e da Enzo Medico, Ordinario di Istologia all’Università di Torino. I dati raccolti indicano che i pazienti ricoverati in ospedale per Covid-19 presentano un’elevatissima prevalenza di ipovitaminosi D.

La vitamina D: le evidenze scientifiche

Stando ai due scienziati, sono numerose le evidenze scientifiche che hanno mostrato un ruolo attivo della vitamina D. In particolare: sulla modulazione del sistema immunitario; nelle persone anziane, tanto più in caso di infezione da Covid. E ancora: nella riduzione del rischio di infezioni respiratorie di origine virale, incluse quelle da Coronavirus; nel contrastare il danno polmonare da iper infiammazione. Inoltre, come ha spiegato Isaia nel corso di una intervista alla trasmissione “Le Iene”, i risultati dello studio “sono coerenti con i possibili effetti benefici della radiazione UV solare sul contrasto alla diffusione del Coronavirus e alle sue manifestazioni cliniche”. La radiazione UV sarebbe in grado di neutralizzare direttamente il virus. Inoltre, favorirebbe la sintesi della vitamina D che, per le sue proprietà immunomodulatorie, potrebbe svolgere un ruolo antagonista dell’infezione e delle sue manifestazioni cliniche.

L’appello di 61 ricercatori

Ora, 61 professori, ricercatori e medici italiani hanno sottoscritto un appello al Ministero e alle istituzioni competenti per somministrare alle categorie più a rischio per il Coronavirus la vitamina D in via preventiva. Già un gruppo di scienziati inglesi guidati dal professor Gareth Davies aveva indicato qualche mese fa come circa la metà della popolazione inglese abbia una carenza di vitamina D, spiegando che questo basso livello potrebbe comportare un maggior rischio di contrarre il Covid, e di sviluppare sintomi gravi. In Gran Bretagna, il premier Boris Johnson ha deciso di somministrarla gratuitamente a 2 milioni di cittadini, anche a seguito delle raccomandazioni della British Dietetic Association.

La comunità scientifica

Ma dopo la frenata del Ministero della Salute, arriva anche quella di importanti centri di ricerca scientifici italiani. Come l’Istituto Auxologico. I medici fanno sapere che “al momento non è stata verificata scientificamente alcuna relazione tra vitamina D e Coronavirus: ci sono solo ipotesi”. E’ vero, invece, che “l’ipovitaminosi D (la carenza di vitamina D) è associata a un aumento delle infezioni, anche virali, e che la supplementazione con vitamina D riduce le infezioni delle alte e basse vie aeree”. Gli esperti dell’Auxologico ricordano che fra le malattie metaboliche, esistono altre condizioni che espongono a un rischio maggiore di evoluzione negativa della malattia Covid-19. Tra queste ecco le più importanti:

  • l’ipercortisolismo endogeno o esogeno (cioè assunzione di elevate dosi di corticosteroidi) per l’azione immuno-soppressiva;
  • l’ipertiroidismo grave o non controllato per il rischio di scompenso cardio-circolatorio;
  • il diabete mellito e l’obesità.