Droplet: una questione di distanza…

Da quando il coronavirus è arrivato in Italia le nostre vite non sono state più le stesse.

Inizialmente, semplicemente perché leggendo della facilità con cui questo virus era trasmissibile, era inevitabile avere un po’ di ansia a riguardo. Soprattutto man mano che i casi di contagio crescevano in maniera esponenziale e i decessi iniziavano a raggiungere cifre davvero alte.

Poi è arrivata la quarantena. E abbiamo scoperto anche il termine di  distanza sociale. Una misura di protezione indispensabile tanto quanto le famose mascherine che ormai siamo obbligati a portare quelle poche volte che dobbiamo effettuare uno spostamento necessario.

Sappiamo dunque che quando andiamo al supermercato, dobbiamo mantenere una distanza di sicurezza di un metro. Questo in base a quanto ha indicato il Center for Diseas Control And Prevention. Anche se in seguito l’Oms ha corretto il tiro. Ha elaborato infatti delle nuove linee guida è la distanza da rispettare è diventato di un metro e 80 cm.

I molteplici studi sul Coronavirus…

Ed a questa a cui attualmente la popolazione italiana deve attenersi per prevenire qualunque possibile rischio di contagio.

Non fosse che da alcune settimane, anche a causa del fatto che parliamo ormai di una pandemia globale, sono uscite alcune ricerche che hanno totalmente rimesso in discussione quale sia la reale distanza di sicurezza da mantenere per potersi proteggere dal contagio.

Gli studi che si stanno conducendo sul coronavirus sono molteplici, e sarebbe troppo lungo citarli tutti. Per cui dovendo scegliere, risulta interessante analizzare la prima ricerca che ha messo in dubbio quale sia la reale distanza da rispettare per essere davvero protetti dal virus, e quella del MIT, di cui ancora si parla forse troppo poco, ma che già adesso può essere considerato un vero e proprio spartiacque riguarda la capacità di propagarsi nell’aria del Covid-19.

Lo studio cinese sui “Droplet” pubblicato su Preventive Medicine

Una delle prima a mettere in discussione la distanza stabilita dall’Oms, è stata una ricerca cinese pubblicata sulla rivista Preventine Medicine.

Va subito precisato che lo studio venne dopo pochissimo tempo ritirato, senza che venissero fornite delle chiare spiegazione in merito.

In questo studio epidemiologico, i ricercatori affermarono di aver scoperto che le distanze di sicurezza indicate da CDC e Oms non erano sufficienti a proteggersi dal virus.

La ricerca era iniziata basandosi su un caso del 22 gennaio, quando persona positiva al coronavirus, aveva infettato 13 persone all’interno di un bus da 48 posti.

I ricercatori a quel punto ipotizzarono che dentro uno spazio chiuso, il Covid-19, potesse coprire una distanza molto maggiore di quella ufficiale. Le cosiddette Droplet, ovvero le goccioline mediante le quali il virus si propaga nell’aria, potevano, secondo gli studiosi, spostarsi grazie all’aria calda nell’aria a una distanza molto maggiore di un metro.

La ricerca comunque conteneva troppi quesiti irrisolti e forse è per questo che venne in seguito ritirata. Per citarne uno solo, gli studiosi non sono mai riusciti a comprendere come mai, se la loro teoria era corretta, la persona che si era ritrovata seduta accanto al primo paziente non fosse stata contagiata.

Il caso quindi si chiuse lì. In seguito si scoprì con maggiore accuratezza che non tutte le persone contraggono il virus, in quanto alcune possiedono degli anticorpi in grado di respingerlo. Questa scoperta è documentata anche in Italia dell’epidemiologo Garattini, che ha poi presentato il suo studio al giornale AGI.

Ma si può dire che i primi dubbi sul fatto che la distanza di sicurezza ufficiale elaborata dall’Oms non fosse totalmente esatta, nascono proprio da questo studio.

La ricerca del MIT che ha cambiato tutto

Poi, qualche settimana fa’, è arrivata la ricerca del MIT. E a quel punto si è davvero dovuto mettere tutto in discussione.

Lo studio non proveniva da un centro qualunque, ma da una delle eccellenze del mondo nel campo della ricerca. Inoltre gli esperimenti effettuati hanno fornito quei dati empirici che mancavano allo studio cinese.

A capo di questa studio Lydia Bourouiba. Una ricercatrice che per anni si è occupata di studiare la dinamica della esalazioni prodotte da tosse e starnuti. Quello che ha scoperto la Bourouiba riguardo la trasmissività del coronavirus è semplicemente sorprendente.

Sembra infatti che le goccioline siano in grado di produrre delle nuvole gassose che riescono a viaggiare fino a una distanza di otto metri. 

Questo ha innanzitutto smentito l’idea, non supportata da riscontri empirici, che dopo qualche metro le goccioline si fermino, come se si schiantassero contro una sorta di muro.

Su quale criterio scientifico l’Oms ha stabilito la distanza di un metro e ottanta?

Una domanda che sorge spontanea…

La risposta fornita da Paul Pottinger, professore di malattie infettive alla School of Medicine dell’Università di Washington, fù sostanzialmente che si stabilì che oltre il metro ottanta le goccioline diventavano micro particelle prive di una pericolosità infettiva tale da contagiare un essere umano. Una risposta ampiamente contestata dalla ricercatrice del Mit. Anche proseguendo nella ricerca si è scoperto che forse queste microparticelle possiedono un’incidenza ancora maggiore di contagio.

E oltre a questo se le goccioline analizzate dal Mit possono arrivare a spostarsi nell’aria fino a una distanza di sei, sette metri, queste microparticelle, “Droplet” che secondo le direttive dell’Oms sono innocue, possono arrivare fino a 9 metri.

Insomma, il contrasto con quanto raccomandato finora dall’Organizzazione Mondiale della Sanità è evidente e abnorme.

L’Oms rivedrà le sue linee guida

L’unica cosa certa, è che l’Oms ha preso molto sul serio la ricerca del MIT, al punto che ha già annunciato che rivedrà le proprie linee guida in base a questa nuova scoperta.

La speranza però, è che questo avvenga al più presto in quanto tutt’ora noi in Italia siamo tenuti a rispettare una distanza di sicurezza dalle persone che a quanto pare non ci protegge per nulla dal contagio.

E considerato che i sette, otto metri stabiliti dalla ricerca sono una distanza davvero imponente, l’Organizzazione Mondiale della Sanità sta riflettendo sul fatto che forse l’unico modo per proteggere le persone dal virus, sia quello di creare delle mascherine ad hoc che possano impedire a qualunque tipo di esalazione di penetrare dentro le nostre bocche.