Il braccino corto. Potrebbe definirsi così l’atteggiamento dei ministri europei, riunitisi lo scorso 18 marzo per discutere della Legge europea sul Clima. L’accordo è chiaro: entro il 2050 l’Ue diventerà il primo continente al mondo a zero emissioni “nette” di gas serra. Tra le tappe intermedie, strategica quella del 2030. Se inizialmente l’intenzione – come ratificato nell’accordo di Parigi – era di una riduzione del 60%, ora, nella riunione di marzo, i Paesi del Vecchio Continente hanno fatto un “tragico” passo indietro. A conferma delle più pessimistiche previsioni, i ministri europei hanno ribadito la posizione presa pochi mesi fa: ora il nuovo obiettivo è la riduzione delle emissioni del 55% netto entro il 2030.

La riduzione delle emissioni

“Flessibilità” è la parola d’ordine dei ministri europei. Sì, insomma, rispettiamo le regole ma con calma eh… Un dato da prendere in considerazione, decisivo, è relativo alla differenza tra riduzione assoluta e netta. E’ qui che si gioca la partita a livello continentale. In soldoni, la riduzione netta prevede che vengano conteggiati anche gli “assorbimenti” di gas serra da parte di “pozzi” naturali, come le foreste, e persino le tecnologie di cattura della CO2, che hanno efficacia incerta e costi esorbitanti. Già: come calcolare gli assorbimenti in modo preciso? Ad oggi non è possibile avere una risposta precisa. Soprattutto, inserendo il parametro di riduzione delle emissioni nette, la decrescita reale delle emissioni scenderebbe ad un irrilevante 50,5%. Per nulla sufficiente a garantire l’obiettivo necessario.

L’arte del compromesso

Si va avanti ad escamotages. Ciò che i politici pare proprio non abbiano capito, è che in ambito climatico, il compromesso, il cercare di dare un colpo alla botte ed uno al cerchio, proprio non funziona. E come scrive il quotidiano on line “huffingtonpost.it”, “in questo gioco di rimessa, l’Italia sembra recitare la parte del grande cerchiobottista. Concede, infatti, che gli obiettivi del Green Deal siano importanti, ma non assume una posizione coraggiosa e ripiega sul rassicurante, quanto inutile, obiettivo del 55% netto”. E ancora: “Sulla proposta avanzata dagli eurodeputati di istituire un comitato scientifico indipendente, il nostro Paese mantiene una posizione tiepida”.

La posizione dei Verdi

Eleonora Evi, europarlamentare dei Verdi, lancia la proposta: “Proprio in questi giorni abbiamo lanciato una campagna per spingere il ministro Cingolani a supportare la nascita dell’European Climate Change Council (ECCC), un organo scientifico indipendente che valuterà i progressi delle politiche climatiche sulla base dei dati scientifici”. L’indipendenza di questo nuovo organo è essenziale, “poiché solo un organo non politicizzato può monitorare in modo accurato e disinteressato le azioni sul clima dell’UE. Il Consiglio, tuttavia, vuole che i membri del comitato vengano nominati politicamente dagli Stati membri e possano solo rispondere alle domande della Commissione, senza avanzare proposte proprie: una richiesta che di fatto svuota completamente il senso di questo organo”.

La differenza tra 55 e 60

La differenza tra il 55 e il 60%? La spiega bene Eleonora Evi: “Avere un target europeo al 2030 del 60% di emissioni, come chiede il Parlamento, anziché il 55% proposto da Commissione e Consiglio, fa alzare l’aspettativa di crescita del PIL italiano dallo 0,8% al 2,6%, con un aumento dell’occupazione dell’1,2% anziché di appena lo 0,4%. Si tratta del più ampio divario tra tutti gli Stati membri, e l’Italia sarebbe quindi la prima a beneficiare di misure più ambiziose”.