Il motivo Ufficiale

Il 18 agosto, tra il silenzio dei media internazionali, un gruppo di ufficiali ha preso il controllo del Mali arrestando il Presidente Ibrahim Boubacar Keïta. Il golpe è stato immediatamente condannato dall’Unione africana, dall’Ecowas, dagli Usa – che hanno interrotto ogni cooperazione militare – dall’Ue e dalla Francia, sostenitrice del presidente Keïta. Il timore maggiore è che il colpo di Stato indebolisca le operazioni contro il jihadismo attive nel Paese, fornendo l’occasione ai gruppi armati del nord per espandere ulteriormente il loro controllo sul Mali. 

 

Le preoccupazioni francesi

A essere particolarmente preoccupata è la Francia, che tramite il ministro degli Esteri Jean-Yves Le Drian ha espresso l’attaccamento di Parigi «alla sovranità e alla democrazia maliane», mentre il presidente Emmanuel Macron ha ricordato che «la Francia e i suoi partner sono impegnati in Mali e nella regione per la sicurezza delle popolazioni saheliane e su richiesta degli Stati saheliani».

Il golpe mette però a repentaglio la collaborazione tra la Francia e il governo del Mali, nelle mani di una giunta militare che non si sa fino a quando resterà al potere. I militari hanno in realtà fatto sapere che continueranno a lavorare con Parigi per contrastare il terrorismo, ma hanno avvertito che sono pronti a reagire a «ogni tentativo di ingerenza straniera».

 

Il golpe precedente

A poco più di otto anni di distanza dal golpe del marzo 2012, il Mali si trova a rivivere un nuovo colpo di stato, il quarto della sua storia. Come otto anni fa, la guarnigione militare di Kati, principale campo delle FAMa (Forces Armées Maliennes) alle porte della capitale Bamako, ha fatto da teatro all’ammutinamento di un gruppo di militari.

Il 2013 si apre invece con le elezioni presidenziali, vinte dall’ex primo ministro Ibrahim Boubacar Keïta, che può contare sul sostegno dei giovani.

Le urne del 2018 riconfermano Keïta per un secondo mandato, anche se la sua popolarità inizia a diminuire come dimostrano le elezioni parlamentari di marzo 2020 e la reazione popolare ai risultati delle consultazioni.

 

Le proteste

La situazione però peggiora a fine aprile 2020, quando la Corte costituzionale assegna 31 seggi parlamentari al partito di Keïta. La società civile insorge, l’opposizione si compatta contro il presidente e il 5 giugno si assiste alla più grande manifestazione contro il Governo nella capitale Bamako. 

 

Gli appelli internazionali

A nulla sono valsi gli appelli del premier alla calma e al dialogo. Solo un’ora prima che uscisse la notizia del suo arresto, Cisse aveva manifestato la disponibilità del governo ad impegnarsi in “un colloquio fraterno” con i militari “per spazzare via tutti i malintesi”. Netta la condanna della comunità internazionale. L’Onu ha convocato per domani una riunione d’emergenza del Consiglio di Sicurezza e ha chiesto “il rilascio immediato e senza condizioni” del presidente. 

 

I rischi per l’Europa

L’Unione europea, per bocca dell’Alto rappresentante della politica estera ha definito inaccettabile qualsiasi cambiamento anti-costituzionale condannando “con forza” il tentativo di colpo di stato. 

Il Sahel rappresenta uno snodo fondamentale delle rotte migratorie del continente africano e la sua stabilità dal punto di vista politico, sociale ed economico è condizione necessaria per limitare i traffici di esseri umani all’interno dell’Africa e verso l’Ue. Il Mali in particolare ospita 45 mila rifugiati.

L’Unione europea è presente nel Sahel dal 2011, quando è stata avviata la “Strategia per la sicurezza e lo sviluppo” dell’area, che opera lungo quattro direttrici: 

  • la prevenzione e il contrasto della radicalizzazione; 
  • la creazione di condizioni adeguate per i giovani; 
  • la migrazione, la mobilità e la gestione delle frontiere; 
  • la lotta al traffico illecito e alla criminalità organizzata transnazionale.

La reazione di Macron

Macron ha condannato il tentativo di golpe e ne ha discusso con il presidente nigerino, Mahamadou Issoufou, l’ivoriano Alassane Ouattara e il senegalese Macky Sall esprimendo “il suo pieno sostegno agli sforzi di mediazione dell’Ecowas“. L’Eliseo ha fatto sapere che il capo di Stato francese “segue da vicino la situazione e condanna il tentato ammutinamento in corso”. 

Anche il presidente della Commissione dell’Unione Africana (UA), Moussa Faki Mahamat, ha condannato “con forza” gli arresti: “Condanno fermamente l’arresto del presidente, del primo ministro e degli altri membri del governo maliano e chiedo il loro rilascio immediato”, ha scritto sul suo account Twitter.

 

Il punto di vista diverso

Al di là delle condanne di rito, l’ascesa dei militari potrebbe rappresentare un elemento non del tutto sgradito alla Francia e ai partner internazionali di Bamako, se come annunciato le posizioni degli ufficiali golpisti dovessero effettivamente reiterare il totale sostegno alla presenza militare esterna nel paese e alla partecipazione del Mali alle iniziative multilaterali, a partire dal G5 Sahel. 

In tal senso, le divergenze di agenda degli attori militari e delle opposizioni politiche – che hanno, negli scorsi mesi, affermato la necessità di ridimensionare le presenze (e le ingerenze) internazionali nel paese – restano ampie. 

Solo una cosa appare chiara: la transizione da un gruppo di potere a un altro col sostegno della comunità internazionale è quanto è già stato tentato nel 2013, dopo il precedente colpo di stato e la vittoria alle presidenziali di IBK, mentre oggi soluzioni di compromesso non sembrano più rappresentare un’opzione credibile nel mutato contesto politico e securitario maliano.

Le prossime settimane saranno cruciali per capire quale direzione prenderà la transizione e quali scenari potranno delinearsi per il futuro del Mali.