Meglio avere una visione lungimirante, accettando la sfida di imprese che in futuro potrebbero essere fortemente performanti, oppure andare sul sicuro, puntando tutto su titoli e aziende di successo sul mercato? Investitori e business men si sono sempre divisi su queste due strategie. Che presentano vantaggi e punti deboli in egual misura. E’ la cosiddetta battaglia tra value e growth, che ha segnato la finanza e il mercato per decenni. Due le figure di spicco: da una parte Benjamin Graham, il padre del “value investing” che credeva nel margin of safety comprando titoli di aziende con un valore superiore a quello riconosciuto dal mercato. Dall’altra, ecco Philip Fisher: non guardava solo ai bilanci, ma anche al potenziale di crescita e all’importanza del management. Vediamo il trend degli ultimi mesi, anche – e soprattutto – a seguito della crisi da pandemia.

Value e growth

Ribadiamo i principali concetti. Il “value investing” si basa sulla ricerca di imprese sottovalutate dal mercato ma che nel lungo tempo possano avere un balzo delle azioni, raggiungendo l’apice nel settore di riferimento. Il “growth investing” si concentrando sulla ricerca di titoli che sovraperformano il mercato con elevati tassi di crescita. Tra gli esempi più lampanti, le start-up e i mega trend come AI, eSports, energie rinnovabili. E’ chiaro che si tratta di due filosofie agli antipodi. Quale sia la migliore in assoluto, è impossibile dirlo.

La crisi dei mutui sub prime

Storicamente un approccio value è preferibile nelle fasi iniziali di crescita economica e quando rallenta, al limite della recessione. Tradotto: quando è più probabile che le previsioni non si discostino particolarmente dai valori reali. Al contrario, l’approccio growth risulta essere l’ideale nei periodi di grande espansione, in concomitanza di bassi tassi di interessi. Soprattutto di rapida crescita degli utili aziendali. Il growth investing ha avuto il suo periodo d’oro – oltre un decennio – in seguito alla crisi dei mutui sub prime. Specialmente per merito delle politiche monetarie delle banche centrali. Strategie legate al “quantitative easing” e tassi di interessi negativi hanno accelerato l’espansione economica. Un business che ha favorito mega compagnie come Facebook, Apple, Amazon, Netflix, Google, oltre ai colossi cinesi Alibaba e Tencent.

Inversione di tendenza?

Un trend che improvvisamente si è interrotto dal momento in cui si è diffusa la notizia della scoperta del vaccino al Covid-19. Da allora, l’indice di riferimento, il Russell 1000 Value, ha registrato crescite notevolmente superiori al suo sfidante Russell 1000 Growth. Effettivamente sembra che le cose stiano cambiando, avvicinandosi di nuovo all’approccio value. Come sottolinea Gianluca De Stefano, fondatore del sito investirecomeimigliori.com, “la recente outperformance delle value stocks è unicamente dovuta al fatto che il mercato sta già scontando nei prezzi l’ipotesi di un secondo lockdown. Ciò avrebbe avuto un impatto superiore rispetto alle growth”. In altre parole: “Gli investitori sono stati più prudenti nelle valutazioni delle value stocks, scambiate a prezzi inferiori, a parità di altre condizioni”. La notizia dei vaccini pronti, insieme alla vittoria presidenziale di Joe Biden, ha ridotto le numerose incertezze degli investitori.