Il mercato delle sofferenze bancarie, che in Italia ammonta a circa 200 miliardi di euro, comincia ad appetire molti soggeti: Fondi di investimento italiani e stranieri, grandi gruppi bancari, società di factoring e finanziarie, società di recupero crediti.

 

Classificazione dei crediti deteriorati

Sofferenze. Somme che la Banca d’Italia definisce come crediti dei quali non è certa la riscossione, causa stato d’insolvenza (anche non certificato) del debitore.

Incagli. Somme che rappresentano dei crediti erogati a soggetti che si trovano in situazioni di difficoltà obiettiva ma temporanea; questi quindi si ritengono recuperabili in un congruo orizzonte temporale.

Esposizioni ristrutturate. Somme che hanno subito una modifica delle condizioni contrattuali dovute a difficoltà del debitore; queste esposizioni si risolvono solitamente in uno riscadenziamento del credito.

Esposizioni scadute e/o sconfinanti. Somme che risultano non onorate entro 180 giorni.

 

Prestiti non ripagati

Non tutti i prestiti vengono ripagati, e negli ultimi dieci anni in Italia il numero di quelli che non sono ripagati nei tempi previsti – i cosiddetti “prestiti non performanti”, o “crediti deteriorati” – è molto aumentato. In gran parte sono debiti legati a mutui o altri prestiti bancari, chiesti da privati o società, a cui si aggiungono rate per l’acquisto di automobili, elettrodomestici e altri oggetti, ma anche bollette.

Nel 2019 valevano complessivamente 327 miliardi di euro. Lo dice Market Watch NPL 2020, l’ultimo rapporto sul tema, aggiornato ad aprile, di Banca Ifis, che si occupa di acquisizione di prestiti non performanti dal 2010.

136 miliardi registrati a bilancio dalle banche, 191 in mano a società che si occupano di gestirli o recuperarli. Rispetto al 2018 il loro valore complessivo è diminuito ma si stima che per via della pandemia da coronavirus (SARS-CoV-2) aumenterà sia nel 2020 che nel 2021.

 

Le società di recupero crediti

Per tutte le persone con debiti difficili da ripagare e per le banche e le società finanziarie (come Findomestic, per fare un esempio) che li hanno concessi è un problema, ma per gli uni e per gli altri può essere in parte risolto grazie al mercato che si è sviluppato intorno ai prestiti non performanti.

Le banche e le finanziarie infatti possono venderli ad altre società, che poi se ne occupano dando più tempo ai debitori di ripagare i propri debiti. Sono appunto le società che si occupano di recupero crediti, un’attività che nell’immaginario collettivo non ha una buona reputazione e viene accostata allo sceriffo di Nottingham.

 

Il mercato delle NPL

Con la fine delle moratorie bancarie i crediti deteriorati sono pronti a esplodere e a toccare, entro i prossimi dodici mesi, quota 385 miliardi (dai 338 miliardi attesi nel 2020 e in crescita del 5% sul 2019).

Rispetto tuttavia alla precedente crisi di sette anni fa, l’industria è più strutturata e pronta a gestire questa “new wave” grazie agli oltre 8mila addetti e al lavoro già effettuato sui 230-240 miliardi di Npl in gestione. Non solo. Il mercato è dinamico: sono oltre 34 miliardi le transazioni di Npl previste per fine anno e almeno altrettante nel 2021. E anche le banche sono più capitalizzate: negli ultimi anni hanno sottoscritto crediti in maniera più consapevole e hanno adottato misure di recupero più efficaci. 

A sostenerlo è il Market Watch NPL dell’Ufficio Studi di Banca Ifis, giunto alla sua dodicesima edizione e presentato ieri a Cernobbio nel corso di un convegno dedicato all’intero settore.

 

Il 2021

Più in dettaglio, secondo quanto evidenziato dal Market Watch NPL dell’Ufficio Studi di Banca Ifis, l’Npe ratio salirà nel 2021 al 7,3% dal 6,2% atteso a fine anno mentre a livello di operazioni le transazioni sui portafogli unsecured saranno la tipologia con maggiore incidenza nelle vendite di deteriorati (il 31% del totale). Atteso infine, tra 2020 e il 2021, il consolidamento nel mercato degli Utp (Unlikely to pay) con 27 miliardi di euro di dimissioni complessive attese (16 miliardi solo nel 2020) derivanti soprattutto da grandi operazioni. Come i 3 miliardi di euro originati da Mps nel 2020 e 6,5 miliardi di euro di Utp in pipeline nel 2021 da parte di Unicredit.

 

A Cernobbio personalità autorevoli 

L’NPL meeting di Banca Ifis svoltosi il 30 settembre a Cernobbio è stato un faro tra le oscurità e le nebbie economico-finanziarie degli ultimi mesi.

Tra i partecipanti, accanto all’AD di Banca Ifis, Luciano Colombini, c’erano nomi autorevoli, come il premio Nobel Michael Spence, Corrado Passera, Ceo di Illimity, Mark Knothe, Ceo Intrum, Riccardo Serrini CEO Prelios e Andrea Mangoni. Ceo DoValue che hanno parlato dei nuovi flussi di NPL e dell’industria del serving, Biagio Giacalone, Head of Active Credit Portfolio Steering di Intesa Sanpaolo, Josè Brena, Head off Non-Core Asset Management UniCredit. Pietro Modiano ex Commissario Carige e la visione “trasversale” di Carlo Vanini, Head of Capital Markets Italy Cushman & Wakefield sul mercato immobiliare, per fare il punto sul settore banking, e Yves Mersch membro dell’Executive Board dell’ECB. Gianfranco Torriero, Vicedirettore Generale ABI e Giuseppe De Martino, senior adviser del Mef sulle tematiche bancarie per dibattere su una bad bank nazionale e provare a dare nuove risposte alla crisi che si sta prospettando.

 

Quale scenario possibile 

La crisi è dietro l’angolo e dovrebbe venire a galla nei prossimi mesi, nel 2021, quando scadrà il termine delle moratorie. Tuttavia sarà di diversa entità e di diverso tenore anche temporale rispetto a quella avvenuta nel 2013: il sistema finanziario è infatti meglio strutturato oggi per reagire in tempi più rapidi perché rispetto alla precedente crisi le banche hanno implementato sistemi di rilevazione/monitoraggio. Gli operatori NPL sono una vera e propria industria con circa 8.000 addetti e 230 miliardi di euro di NPE in gestione, capaci di intervenire nelle varie fasi del processo del credito per contenerne il deterioramento e massimizzare i recuperi dei NPL.