Col mutare delle regole sociali a causa dell “Pandemia” e del conseguente distanziamento sociale, mutano anche i rapporti tra criminalità organizzata e territori.

 

Il controllo del territorio

La mafia è tale intanto perché si avvale della forza di intimidazione del vincolo associativo e della condizione di assoggettamento e di omertà che ne deriva per commettere delitti. Tale controllo, in epoca di confinamento e lockdown, necessita di forme alternative, che consentano di mantenere la propria visibilità, rafforzando il prestigio e l’autorità, anche in assenza di presenza fisica. 

Ciò può avvenire mediante svariate modalità: dall’ideazione di un “lasciapassare” che consenta di evitare i controlli delle Forze dell’ordine e che permetta di far sentire la costante presenza, al prestare aiuto (economico, sanitario ed alimentare) ai più bisognoso, tornando al quartiere, ideale luogo di estrinsecazione dell’egemonia mafiosa della ndrina, alla sostituzione dello Stato con una governance alternativa per garantire la verifica del rispetto delle rigide prescrizioni legate al distanziamento sociale.

 

La diminuzione dei reati

Un dato interessante che è opportuno riprendere in questa sede è la generalizzata flessione di alcuni reati commessi nel mese di marzo 2020 se comparati allo stesso periodo nel 2019. A causa delle misure restrittive durante la pandemia, infatti, il numero totale dei reati commessi è nettamente diminuito (da 146.762 commessi nel 2019 a 52.596 delitti nel 2020) con una media del -64.2% totale, con particolare riguardo ai reati predatori (rapine -54%; furti -67%).

 

Mafie e Covid

La “paralisi economica” provocata dalla pandemia di coronavirus può aprire alle mafie “prospettive di arricchimento ed espansione paragonabili a ritmi di crescita che può offrire solo un contesto post-bellico“.

La relazione semestrale della Direzione investigativa antimafia (Dia) inviata al Parlamento rilancia l’allarme per quello che è stato definito l’altro virus: il rischio, spiegano gli analisti in un intero capitolo dedicato proprio all’emergenza Covid, è che le mafie allarghino il loro ruolo di “player affidabili ed efficaci” a livello globale, mettendo le mani anche su aziende di medie e grandi dimensioni in crisi di liquidità.

 

La delocalizzazione dei Clan

I vecchi tempi, però, sono passati da un pezzo. E i clan, ormai, lavorano su scala nazionale. “Seguendo uno schema che da diversi anni è riscontrabile nei provvedimenti di confisca relativi nell’Italia settentrionale e nelle oramai numerose sentenze sugli insediamenti delle cosche calabresi, siciliane e campane al nord, anche il clan dell’Acquasanta sta de-localizzando le sue attività al nord, grazie ad una rete di complici su quei territori e ai patrimoni”, scrive il giudice per le indagini preliminari, Piergiorgio Morosini. 

L’operazone, infatti, ha certificato come i capimafia fossero da anni di casa a Milano. I due ordinanze di custodia cautelare lunghe più di 3.400 pagine, il gip riassume le accuse e ricostruisce gli affari dei clan al Nord. Dove “peraltro – annota il giudice – vengono realizzati senza intimidazioni, con una contaminazione silente ma non meno insidiosa per il tessuto connettivo dell’economia nazionale, in termini di alterazione della libera concorrenza, indebolimento delle tutele per i lavoratori ed esposizione delle istituzioni alla corruzione”.

 

Un errore da non fare

Da un punto di vista criminologico, è tuttavia metodologicamente errato chiedersi come le mafie possano avvantaggiarsi della pandemia, in quanto ciò presupporrebbe un’omogeneità nel concetto di “crimine organizzato” o “mafia” che non esiste, neppure a livello normativo.   

Soprattutto in ambito internazionale, si compie spesso un errore logico: sovrapporre al concetto di criminalità organizzata qualsiasi forma di criminalità grave o complessa soltanto perché si considera che ogni reato “grave” debba essere in qualche modo anche “organizzato”.  

Ora più che mai, questa falla logica può generare fraintendimenti concettuali e frustrare ogni tentativo di effettuare un’analisi profonda, a livello sociologico, di pervenire ad arresti giurisprudenziali.   

L’esperienza, anche quella giudiziaria, insegna come le associazioni per delinquere operino in vari ambiti, dell’illecito e del lecito, e sono volte alla commissione di diversi reati fine, in diversi contesti.   

Da questa complessità deriva la difficoltà di operare una previsione in ordine ai possibili comportamenti che riguardano le diverse strutture e attività del crimine organizzato. La fine dell’emergenza pandemica – auspicata al più presto – darà conto di quanto si può ora soltanto tentare di ipotizzare, alla luce di simili, ma non totalmente sovrapponibili, esperienze passate.

 

I nuovi traffici

Al fianco delle attività più “tradizionali” quali il prestito ad usura, il traffico di sostanze stupefacenti, il traffico illecito di rifiuti e le estorsioni, con gli anni si sono affiancate attività apparentemente lecite, ottenute mediante il reimpiego di denaro proveniente, esso sì, da attività illecite o mediante l’inserimento nella compagine societaria, in forma occulta o palese, di soggetti legati alla criminalità organizzata. 

Tramite queste forme di aggressione all’economia lecita, vengono esercitate attività con modalità lecite o illecite. Queste ultime, in particolare in un periodo di pandemia, possono spaziare dalle frodi sanitarie, al commercio illecito di prodotti contraffatti (dalle mascherine sanitarie ai prodotti igienizzanti per le mani, ventilatori polmonari, equipaggiamenti di protezione – prodotti in precedenza “anonimi” e ora diventati beni di lusso), al contrabbando.

 

Il futuro

Non possiamo ancora dire come sarà il contesto – economico, sociale, politico – successivo alla pandemia e in che tipo di ambiente saranno presenti le strutture e le attività di criminalità organizzata. 

Non possiamo altresì prevedere le modalità di arricchimento o di impoverimento delle strutture e delle attività criminali nelle successive fasi che ci aspettano nella lotta al Covid-19. 

Studi criminologici, politologici ed economici sicuramente indicano che la criminalità organizzata sa sfruttare le opportunità, ma quando, con che modalità, a che prezzo e danno sociale, lo si dovrà osservare nei diversi contesti.

L’ordine sociale – come lo abbiamo finora conosciuto e a fatica mantenuto – potrebbe ulteriormente incrinarsi, al punto da spingere più soggetti ad accettare denaro provento di attività illecite e ad assumere comportamenti che sviano dal paradigma legale, che in condizioni ordinarie di sussistenza non avrebbero mai accettato. 

Le associazioni per delinquere fortemente radicate nei loro territori, come le mafie, avranno una scelta da fare, che dipenderà dalla relazione che desidereranno creare con i consociati: proteggeranno o sfrutteranno i contesti di riferimento? Le autorità proposte devono accettare questa sfida facendosi trovare pronte a studiare ogni realtà separatamente, con le proprie specificità locali, al fine di affrontarla e rispondervi efficacemente.