La Cina dichiara guerra ai bitcoin. A confermarlo, una nota del Comitato per la stabilità e lo sviluppo finanziario del Consiglio di Stato, presieduto dal vice premier Liu He. La Grande Muraglia “reprimerà il comportamento di mining e trading di bitcoin e preverrà risolutamente il trasferimento dei rischi individuali alla società”. Dichiarazioni che non ammettono repliche e che arrivano subito dopo l’avvertimento, da parte delle associazioni finanziarie cinesi, sui rischi derivanti dalle criptovalute volatili. La più grande criptovaluta del mondo ha recentemente subito una forte svendita globale. Lo scorso lunedì, il suo prezzo è sceso del 6,4%, toccando i 34.900 dollari, quasi la metà del suo valore più alto quest’anno: 64.895 dollari, datato 14 aprile. E ora, ecco il passo indietro della Cina, che decide di rivedere il suo ruolo di numero uno mondiale nel “mining”, cioè nella produzione di bitcoin.

Il mining di bitcoin

Stando a quanto pubblicato dal “Wall Street Journal”, l’energia necessaria per estrarre i bitcoin sarebbe salita a livelli ecologicamente insostenibili. E questo è entrato in rotta di collisione con i recenti obiettivi climatici di Pechino, la quale sta anche pensando di introdurre una valuta nazionale digitale, proprio in alternativa ai bitcoin. Come specifica l’agenzia giornalistica “Agi”, il mining di bitcoin è un’attività piuttosto complessa. I “minatori della criptovaluta non devono scendere nelle viscere della terra per estrarre metalli o carbone”. Basta avere un apparecchio hardware che “estrae” la criptovaluta lavorando 7 giorni su 7. 24 ore al giorno. Facendo eseguire dei calcoli matematici al processore del computer oppure a quello della scheda grafica. Operazioni sino ad oggi molto convenienti, veloci e piuttosto semplici. Tuttavia, qualcosa è cambiato nella terra che produceva i tre quarti dei bitcoin del pianeta.

La furbizia dei “minatori”

I “minatori” sono diventati sempre più numerosi. Il risultato? La difficoltà per eseguire l’algoritmo del bitcoin è aumentata, si sono resi necessari livelli sempre maggiori di potenza di calcolo ed enormi quantità di elettricità per risolvere le equazioni. Uno smacco notevole per la Cina, che ha sempre sfruttato le sue ampie forniture di elettricità e le sue attrezzature a basso costo, per diventare il primo centro di produzione mondiale. I minatori cinesi di bitcoin hanno approfittato di un settore della generazione di elettricità senza regole e sovradimensionato. “Hanno creato attività minerarie vicine ai produttori di energia idroelettrica nelle province montuose del Sichuan e dello Yunnan, dove le turbine trasformano la neve sciolta e gli acquazzoni stagionali in elettricità”. Poi, quando i flussi del fiume si attenuavano ogni inverno, i minatori imballavano i loro computer e si dirigevano a nord verso lo Xinjiang ricco di carbone e verso la Mongolia interna.

L’avanza degli States

Se a ciò aggiungiamo il fatto che il Governo di Pechino, proprio per ridurre i costi e guadagnare di più, da tempo intende lanciare una valuta digitale nazionale, controllata dalla banca centrale… Insomma, il messaggio è chiaro: i giorni della catena di approvvigionamento multimiliardario della criptovaluta sono contati. Tant’è vero che i produttori di elettricità stanno espellendo i minatori dalle reti e i rivenditori cinesi stanno scaricando computer progettati per creare bitcoin sul mercato dell’usato con enormi sconti. I bitcoin hanno dunque le ore contate? Per ora no, anzi. Secondo i dati dell’Università di Cambridge, i minatori di altre nazioni stanno diventando sempre più agguerriti. L’aspettativa del settore è che la quota degli Stati Uniti possa espandersi fino al 40% nei prossimi anni. Anche se, allo stesso tempo, molti ritengono che la Cina possa conservare quasi la metà del mining. Insomma, i giochi sono aperti.