Un crac che sta facendo scalpore, quello di Greensill Capital. Il gruppo finanziario anglo-australiano nei giorni scorsi in Gran Bretagna ha presentato un’istanza di protezione dall’insolvenza. L’azienda, fondata nel 2011 da Lex Greensill (nella foto), valutata 3,5 miliardi di dollari meno di due anni fa, ha chiuso i battenti. Stiamo parlando di un gruppo con 16 uffici in tutto il mondo, da Singapore a Londra sino a Bogotà. Il repentino fallimento di Greensill ha coinvolto SoftBank e Credit Suisse. Minacciando l’impero degli affari del magnate dell’acciaio britannico, Sanjeev Gupta, che impiega 35.000 lavoratori in tutto il mondo. I problemi di Greensill si estendono agli Stati Uniti. Il governatore del West Virginia e la sua compagnia di estrazione del carbone hanno citato in giudizio Greensill Capital per “una frode continua e redditizia” di oltre 850 milioni di dollari in prestiti.

L’intuizione di Greensill

Tecnicamente la Greensill era un’azienda specializzata nel finanziamento delle catene di fornitura. Il cosiddetto supply chain, quello che in gergo si definisce “reverse factoring”. In pratica, si sostituiva alle aziende nel pagamento dei fornitori, consentendo di fatto a questi ultimi di non dovere attendere troppo tempo per avere il denaro. Attività redditizia, soprattutto in periodi neri come quelli da pandemia… Al centro di tutto, l’intuizione dell’agricoltore Lex Greensill, un australiano diventato banchiere. Una questione di affetto. Perché, come si legge sul “New York Times”, “Greensill ha ricordato di aver visto i suoi genitori, che avevano una fattoria di canna da zucchero e meloni, lottare finanziariamente a causa delle lunghe attese per i pagamenti dei loro prodotti. Era infastidito dal fatto che le banche offrivano prestiti solo alle grandi aziende e ai loro fornitori, lasciando le piccole e medie imprese al loro destino”.

Un business miliardario

Ma Greensill ha fatto di più. Ha preso le fatture dei fornitori, le ha trasformate in attività a breve termine e le ha messe in fondi, simili a quelli del mercato monetario, che gli investitori potevano acquistare. I fondi sono stati venduti tramite Credit Suisse e una società di gestione patrimoniale sempre d’Oltralpe, chiamata GAM. I soldi degli investitori hanno aiutato a ripagare i fornitori. Quindi: Greensill ha trasformato una banale pratica finanziaria in un business da miliardi di dollari. Anche perché è stato in grado di aggirare il rischio, trasferendone una parte sulle compagnie di assicurazione e su altre società finanziarie.

Scenari futuri

Ora, che succede? Secondo gli esperti di Ficht Ratings, agenzia internazionale di valutazione del credito e rating, “Greensill ha sviluppato finanziamenti al di fuori dei tradizionali canali bancari. Il suo collasso può innescare una crisi di liquidità per quelle società che contano sul suo sostegno”. Un crac che però potrebbe avere anche risvolti positivi. Accelerando nella direzione di regole più stringenti, oltre ad una maggior trasparenza, sulle operazioni di supply chain finance. Insomma, si tratta di uno strumento da non demonizzare. L’obiettivo deve essere incentivare le società a divulgare le informazioni chiave sulla modalità di gestione dei crediti commerciali, penalizzando quelle che non lo fanno. Insomma, come sempre la parola chiave è: trasparenza.