L’epidemia di coronavirus è ormai a tutti gli effetti un’emergenza che coinvolge l’intero pianeta.

Le conseguenze di questa pandemia hanno sconvolto i mercati finanziari di tutto il mondo, anche nel periodo in cui questa era circoscritta alla sola Cina e le storie sulla città di Wuhan sembravano molto distanti da noi.

E appena il coronavirus ha manifestato la sua presenza in Occidente, come ha fatto giustamente notare Business Insider in un articolo del 29 febbraio, i mercati finanziari hanno registrato delle perdite abnormi, paragonabili solo a quelle del 2008.

Cos’è accaduto di preciso?

Naturalmente, considerato quanto sia complessa la finanza, e quanto ancora di più lo sia la geopolitica in relazione ad una pandemia, non esiste un’unica risposta a questa domanda. Sicuramente, le notizie di attualità sono diventate sempre più esplosive ogni giorno che passava, e le scelte degli investitori si sono orientate al timore di una catastrofe troppo grande per essere controllata.

Succede spesso ed è successo nel 2008. È un comportamento se non comune, che rientra ormai in qualunque previsione economica. Non tutti gli investitori rimangono razionali di fronte alle difficoltà.

Ma non dovrebbe essere la razionalità la luce guida di un bravo investitore?

Una risposta giusta solo in parte. Ma è anche vero che se oggi consideriamo Warren Buffet come uno degli uomini simbolo della finanza mondiale, è anche perché ci ha mostrato che per dominare il mercato finanziario, molte volte occorre dominare le proprie emozioni.

Ecco perché in questo momento, una corretta applicazione della finanza comportamentale da parte degli investitori, renderebbe forse la situazione nel mercato borsistico meno problematica.

LEGGI ANCHE Warren Buffett non ha paura del Coronavirus

Cos’è la finanza comportamentale?

Nella teoria finanziaria standard gli attori economici sono definiti come “massimizzatori di ricchezza” razionali. Una definizione però che non aderisce sempre alla realtà, considerato tutti i casi storici in cui gli investitori vanno nel panico e smettono di essere tali.

La finanza comportamentale è un campo di studi relativamente nuovo, che si propone di coniugare la teoria psicologica comportamentale e cognitiva con la scienza economica e finanziaria. Lo scopo è innanzitutto tutto quello di ottenere una spiegazione coerente e rilevante sul perchè in certi momenti gli investitori prendono decisioni irrazionali.

Questa materia si occupa dunque di studiare il comportamento dei trader, nel tentativo di fornire una spiegazione di alcune loro scelte, apparentemente incomprensibili.

Il primo a fare considerazioni di questo genere fu Adam Smith. In “Teoria dei sentimenti morali”, Smith parte infatti dal presupposto che sono i processi psicologici a guidare le scelte umane. Un parere non molto condiviso in un’epoca in cui gli economisti davano per certo il fatto che il pensiero umano applicato all’economia fosse guidato dalla sola razionalità.

Soltanto nel 20esimo secolo questo assunto viene messo in dubbio. Nel 1979 esce un libro chiamato Prospect Theory: Decision Making Under Risk. Gli autori erano Daniel Kahneman e Amos Tversky. Essi provarono ad applicare la psicologia cognitiva ad una serie di eventi irrazionali che si erano verificati sul mercato finanziario.

A partire da questo momento, la finanza comportamentale iniziò gradualmente ad essere presa sul serio dagli addetti ai lavori. È la conferma di come questa, sia poi riuscita in pochissimo tempo ad occupare un posto di rilievo nella scienza economica e finanziaria, arriva nel 2002, quando ai due autori viene assegnato il premio Nobel per il loro libro.

La finanza comportamentale: come funziona

Inizialmente, lo studio psicologico dei trader avveniva attraverso l’impiego di test e sondaggi. In seguito si è però passati a metodi d’indagine più scientifici. Il più famoso di questi è la risonanza magnetica funzionale. Attraverso una semplice risonanza infatti, è possibile osservare quale aree del cervello si attivano quando si invia un determinato input. Con questo tipo di sperimentazione, si riesce lentamente ad avere un’idea di quale sono esattamente le aree del cervello che reagiscono di più quando vengono inviati determinati segnali.

Oltretutto, si è scoperto che le reazioni che chi opera nella finanza può avere ad un determinato stimolo, possono portare a un fenomeno denominato “effetto gregge”.

Questo si verifica quando diversi soggetti, che non si conoscono e agiscono individualmente, si comportano allo stesso modo o prendono le stesse decisioni. Spesso a determinare un comportamento che sfocia nell’effetto gregge sono dei sentimenti negativi, come l’angoscia degli investitori verso un determinato evento.

I cardini della finanza comportamentale

Hersh Shefrin, ha seguito teorizzato quelli che ormai sono considerati i cardini della finanza comportamentale. Questi sono l’euristica, che si occupa delle decisione che prende un soggetto attraverso delle regole empiriche, l’inquadramento, che è invece il modo in cui viene presentata una questione a un soggetto che ne influenza la decisione, e l’inefficienza di mercato, ovvero quei casi in cui le spiegazioni di cosa è successo nel mercato finanziario non riesco ad essere spiegate attraverso l’uso di spiegazioni razionali.

La finanza comportamentale ci ha permesso di appurare che i mercati non possiedono un’efficienza intrinseca e che le scelte degli investitori non sono sempre dettate dalla razionalità.

Eppure, per un trader la razionalità nelle scelte d’investimento è una variabile fondamentale. Perchè se è pur vero, che il mercato non regola tutto e non funziona mai alle perfezione, lo è anche il fatto che difficilmente una scelta dettata dalla paura porta al successo finanziario.

Si può allora comprendere come una prima vera applicazione al trading della finanza comportamentale riguarda il controllo delle emozioni e una particolare attenzione agli errori cognitivi. Questi sono identificabili nelle scelte che compiamo per troppa sicurezza in noi stessi, credendole razionali quando invece non lo sono.

Come si applica la finanza comportamentale all’emergenza coronavirus?

Questa epidemia, che ormai riguarda tutto il mondo, può essere considerata una sorta di cigno nero. Un evento che nessuno aveva previsto e che finisce per scatenare delle reazioni a catena su diversi piani, economico, politico, sociale.

Nessuno sa’ quando finirà, e nessuno riesce a quantificare i danni economici prodotti da una chiusura forzata di tutte le attività commerciali. Così come nessun investitore sa se le misure che le banche centrali saranno costrette a prendere andranno nella giusta direzione, a tutela dei loro interessi.

Ecco, tutti questi fattori hanno probabilmente messo molta paura agli investitori, creando quella situazione di crisi sul mercato finanziario che continua tutt’ora a persistere.

Era inevitabile che la borsa impazzisse? Forse nel caso della Cina, dove l’indice di volatilità ha sicuramente messo in guardia gli investitori e influenzato il loro comportamento in un certo modo. Ma in Europa?

Non è un caso che, per quanto preoccupato dalla vicenda, Buffet, nelle sue annuali lettere alla Berkshire, società di cui è amministratore delegato, ha ricordato che gli investimenti vanno sempre “inquadrati” nel medio-lungo termine, e per questo preoccuparsi troppo delle conseguenze di un’emergenza che dovrebbe comunque consumarsi nel breve-medio termine, non è necessariamente una cosa saggia. 

LEGGI ANCHE Coronavirus: conseguenze economiche di un “cigno nero”