La saga della “famiglia” Esselunga, una delle catene di supermercati più importanti d’Italia, sembra davvero arrivata ai titoli di coda. Una vicenda nata nel 2016 in seguito alla scomparsa del patron Bernardo Caprotti. Si sono poi susseguiti anni di tensioni e litigi tra gli eredi del mega marchio.

Soprattutto per chi avrebbe dovuto gestire e beneficiare dell’ingente patrimonio accumulato.

E’ notizia di pochi giorni fa, infatti, del clamoroso accordo raggiunto da Giuliana Albera e Marina Caprotti, rispettivamente moglie e figlia del fondatore di Esselunga, per acquistare entro fine aprile 2020 le quote di minoranza di Violetta e Giuseppe, nati dal precedente matrimonio di Bernardo Caprotti.

Il valore di Esselunga

Stiamo parlando di cifre “monstre”. L’arbitrato ha stabilito per la quota di minoranza del 30% il prezzo di 1.830 milioni, per una valutazione complessiva di Esselunga pari a 6,1 miliardi.

Una cifra decisamente superiore rispetto a quella che le due socie di maggioranza al 70% della società, Giuliana Albera e Marina Caprotti, avevano sperato di dovere sborsare (meno di 1.500 milioni, per una valutazione complessiva della società inferiore ai 5 miliardi).

Questa, di fatto, sancisce, nell’ambito del contenzioso, la vittoria di Violetta e Giuseppe.

Ma non è finita qui. A seguito della chiusura dell’operazione, il 25 marzo scorso è arrivato il declassamento di Esselunga da parte dell’agenzia di rating Moody’s.

La review for downgrade avviata il 17 gennaio 2019 è stata risolta portando il rating della catena di distribuzione da “Baa2” a “Ba1”.

Il ribasso del rating di Moody’s in 2 motivazioni

1. le società controllanti saranno fuse in Esselunga. Di conseguenza, la società, con le sue azioniste di maggioranza, assumerà interamente gli obblighi relativi a un “significativo debito”.

2. A ciò bisogna aggiungere l’attuale crisi pandemica causata dal Covid-19. Una situazione di incertezza, soprattutto per il futuro, che colpisce maggiormente proprio le regioni settentrionali, dalla Lombardia al Veneto sino al Piemonte, dove Esselunga è più presente.

Nel dettaglio, la prima delle due motivazioni comporta una serie di operazioni piuttosto complesse.

In una nota della società si legge che “Le azioniste di maggioranza hanno comunicato a Esselunga che il prezzo di acquisto sarà corrisposto mediante una combinazione di apporto di capitale pari a 535 milioni e debito bancario derivante da linee di credito messe a disposizione da un pool composto da principali istituti di credito italiani e internazionali per un ammontare pari a 1.312 milioni”.

A sua volta il debito bancario che graverà sulle spalle di Esselunga “deriverà dall’utilizzo delle linee di credito.

  1. utilizzo dell’acquisition facility con scadenza a sette anni, per un importo pari a 762 milioni
  2. utilizzo della linea bridge con una scadenza massima di 15 mesi, per un importo pari a 550 milioni”.

Chi vivrà vedrà…

In soldoni, tutte le transazioni comporteranno per Esselunga, subito dopo la fusione al proprio interno delle controllanti (Supermarkets Italiani spa e Superit Finco spa), il rimborso della linea “bridge” oltre a 300 milioni di euro dell’indebitamento gravante sulle entità incorporate.

Insomma, stiamo parlando di una notevole esposizione finanziaria per una società, Esselunga, che nel 2019 ha realizzato vendite per 8,14 miliardi e utili netti per 258,6 milioni, a fronte di un indebitamento finanziario netto pari a 509,7 milioni.