Debiti verso le banche e crisi finanziaria, l’importanza di una consulenza specializzata per uscirne a testa alta. Il Presidente di ValorImpresa Consulting, Carlo Nori: “PMI, una via d’uscita c’è sempre. Bisogna affidarsi alle persone giuste”

I numeri non mentono mai. Nel 2018 le imprese italiane che hanno chiuso i battenti sono state 11.233. Si tratta certamente di un dato migliore rispetto all’anno precedente, con un calo dei fallimenti del 5,9%. E’ quanto emerge dall’Analisi dei fallimenti in Italia condotta da CRIBIS, società del Gruppo CRIF specializzata nella business information. In questa classifica tutt’altro che onorevole, si contano ben 3.475 fallimenti nel settore “commercio” (con un -6,4% rispetto al 2017) e 2.609 nei “servizi” (-6,7%). Più “contenuti” i disastri nell’industriale (-8,1% rispetto al 2017, con 2.010 aziende fallite) e nell’edilizia (-2,3%), dove le imprese a dire basta sono state 2.248.

Se da un lato, dunque, si intravede qualche spiraglio positivo, con numeri che sembrano rallentare l’inarrestabile corsa al fallimento, dall’altro ecco un dato che invece deve far riflettere: l’analisi CIRIBIS evidenzia che le aziende che hanno portato i libri in tribunale lo scorso anno sono state quasi il 20% in più rispetto al 2009 (9.384).

Da un punto di vista geografico, a fare la parte del leone è sempre la Lombardia, cuore pulsante dell’economia nazionale, con 2.433 fallimenti, il 21,8% del totale. A ruota, ecco il Lazio (1417, 12,7%) e la Toscana (933, 8,3%). Poco più distante il Veneto (902, 8,1%), che precede la Campania (854, 7,6%), la Sicilia (749, 6,7%) e l’Emilia-Romagna (745, 6,6%). In Piemonte le aziende costrette a chiudere nel 2017 sono state 720; poi ecco la Puglia (493). Più staccate, le Marche (328), la Sardegna (285) e la Calabria (272).

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Sono davvero tante le cause che possono portare un’azienda sull’orlo della crisi o addirittura a saltare: dal calo della domanda di mercato a cambiamenti tecnologici repentini male interpretati dagli attori coinvolti; dagli errori strategici del management nella definizione dei prodotti o dei mercati di interesse, sino all’incapacità dell’impresa di rinnovarsi e rimanere dunque competitiva, con inefficienza produttiva ed organizzativa. E chi più ne ha, più ne metta: situazioni critiche che portano poi a contrarre debiti a lungo e medio termine, all’incapacità di gestire in maniera oculata incassi, ricavi e pagamenti sia con i fornitori sia con il fisco. Trend negativi che possono portare, spesso inevitabilmente, al fallimento.

Eppure, una soluzione per uscirne a testa alta c’è sempre. Visionari? Utopisti? No, si tratta semplicemente di concretezza. “Le possibilità di risalire la china ci sono anche nelle situazioni che sembrano irreversibili – spiega Carlo Nori, Presidente di ValorImpresa Consulting, società specializzata nella consulenza di impresa, nel supporto alle imprese nell’ambito della ristrutturazione del debito bancario e dell’equity funding. Il primo passo da compiere da parte dell’imprenditore è affidarsi a professionisti qualificati e competenti per affrontare le problematiche relative a Debiti verso le banche e crisi finanziaria.

Il messaggio che deve passare è che dai debiti si può emergere: certo, bisogna combattere e compiere i passi giusti”. Il tipo di approccio, in questi casi, deve essere diretto: “Noi operiamo attraverso il cosiddetto modello ‘Front man’, aiutando l’imprenditore nella gestione quotidiana della sua azienda. E non solo. Da un punto di vista fiscale e finanziario: offriamo un supporto anche psicologico in un momento non certo facile della vita”, aggiunge Carlo Nori. Anche perché in momenti delicati si perde di vista l’obiettivo finale: “Bisogna continuare a lavorare pensando ai ricavi, altrimenti è impossibile pagare i fornitori e tutti i creditori.

In questo caso, il supporto dell’advisor è fondamentale. Purtroppo al giorno d’oggi moltissime medie e piccole imprese che hanno una storia florida ma hanno avuto anche un solo, piccolo problema di insolvenza con lo Stato, non vengono più finanziate dal sistema bancario. E’ pura follia. Ecco perché diventa strategico sviluppare il capitale d’impresa con l’aiuto di finanziamenti esterni”.

Gli strumenti ci sono, a cominciare dal private debt, il ricorso a forme di finanziamento derivanti principalmente da investitori istituzionali – non banche, come fondi e compagnie di assicurazione. Oppure, si può ricorrere alla legge fallimentare, “costruita davvero bene, a tutela delle imprese e dei loro titolari. Certamente un fattore molto positivo”, chiosa il Presidente Nori.

Insomma, si tratta di andare avanti e tornare ad essere competitivi sul mercato. Il primo step da compiere lo rivela Manuele Massari, amministratore delegato di Valorimpresa: “La nostra consulenza è a 360 gradi, la definirei pragmatica e con un a visione strategica. In buona parte, è orientata al rapporto con le banche. Ecco: l’imprenditore e la sua azienda deve tornare ad essere appetibile per il sistema bancario. Un percorso irto di complicanze, ovvio, ma certamente da percorrere proprio in un’ottica futura”. Non è la sola arma a disposizione delle PMI. “Esistono un Piano B e un Piano C – continua Massari -; innanzitutto, si può pensare ai finanziamenti extra bancari.

Per risolvere le problematiche derivanti da debiti verso le banche e crisi finanziaria esiste un vasto sottobosco di fondi orientati a operazioni di notevole spessore. L’advisor in questo caso deve lavorare per rendere attrattiva la PMI ai fondi internazionali”. Infine, la terza via: “Esplorare la finanza agevolata e pubblica. Lo Stato aiuta il mondo delle piccole e medie imprese. Bisogna solo sapere come intervenire, dove attingere i fondi e avere i requisiti per meritarseli”. In una sola frase, quindi: “Se la crisi avanza, bisogna avere fiducia totale nel proprio consulente. Il nostro motto è: Just Rely on Us, vale a dire affidati e basta. Il nostro team ha l’esperienza giusta per supportare il cliente in ogni fase della sua vita professionale”.