Sono contrastanti i pareri che la stampa di settore ha dato sul Btp Italia cosiddetto “Patriottico”. A leggere il Sole 24 Ore la risposta degli italiani non è stata entusiastica. Mentre per altre fonti i risparmiatori si sarebbero buttati nell’investimento quinquennale. 

Il nuovo BTP Italia si caratterizza per alcune importanti novità a partire dal fatto che per la prima volta presenta una destinazione specifica, ossia il finanziamento degli interventi relativi all’emergenza Covid-19. Una chiamata all’adunata che è arrivata da più parti con il presidente della Consob, Paolo Savona, che ha fatto un appello al patriottismo: “l’unico modo per dimostrare che teniamo a un futuro diverso è sottoscrivere il debito pubblico”.

 

Attese elevate

Il Tesoro non ha indicato un obiettivo di raccolta per il nuovo BTP Italia, ma le attese sono alte e da settimane le banche coinvolte nella nuova emissione stanno lavorando affinché la risposta degli italiani sia convinta.

Considerando che il mese scorso la scadenza della sesta edizione del Btp Italia ha riguardato titoli per oltre 15 miliardi di euro, un traguardo minimo potrebbe essere quello di oltrepassare tale soglia. Non basterebbe invece bissare la raccolta dell’ultima emissione (6,75 mld nell’ottobre 2019) con via XX Settembre che deve fare i conti con fort esigenze di cassa e che nelle nuove linee guida di gestione del debito diffuse ad aprile prevede anche un nuovo strumento che si andrà ad affiancare ai BTP Italia con più di un’emissione nel corso di un 2020. Nuovo strumento che, come prospettato da Messina, potrebbe poggiare su uno stimoli fiscale per invogliare le famiglie a fare il pieno di BTP.

 

La prima emissione

La prima emissione è stata un successo per il Tesoro. Non per i risparmiatori che l’hanno sottoscritta. Il Tesoro può vantarsi di avere piazzato 7,3 miliardi di euro di Btp Italia 2,45% 26-3-2016. I risparmiatori invece non hanno motivi per essere contenti: i titoli pagati 100 valevano venerdì scorso circa 96,5.

Che dire dell’imminente seconda emissione? Strutturalmente identica alla prima, paga interessi pari all’inflazione italiana maggiorati di una percentuale che non potrà essere inferiore al 3,55% su base annua. Il maggiore tasso reale non è però frutto di generosità, ma del famigerato spread, ora più alto che nella bonaccia illusoria di qualche mese fa. Alla scadenza rimborsa il capitale con un premio risibile per chi la detiene per tutti i 4 anni.

L’aggancio all’inflazione italiana è sensato, ma non è mica detto che essa sarà più alta che nell’eurozona. La durata breve non è un vantaggio, perché tutela meno nel caso di periodo di alta inflazione. Ogni semestre viene corrisposta l’inflazione del periodo, ma chi spende integralmente le cedole, di fatto erode il potere d’acquisto del capitale investito. Anche qui è preferibile la formula finanziaria dei Btp-i e ancor di più quella dei buoni postali.

 

Hai perso il BTP Italia? 

Pazienza. Di seguito ti illustreremo le caratteristiche di due titoli di Stato altrettanto patriottici, e che battono il BTP Italia in rendimento. Il primo è il Buono del Tesoro Poliennale scadenza 1 giugno 2027. Il titolo vanta una cedola annua del 6,5%. Ai valori attuali, di 134,6 centesimi, se detenuto fino alla scadenza ha un rendimento medio annuo lordo del 1,55%. A fine febbraio i prezzi erano attorno ai 143 centesimi. Il crollo delle Borse gli ha portati a 130 centesimi, per poi risalire ai valori attuali. Nei prossimi mesi potrebbe tornare nuovamente verso quota 140

 

Un rendimento del 2% lordo

Per chi non ha fretta e vuole spuntare un rendimento annuo almeno del 2%, ecco il BTP con scadenza ad agosto del 2034 (Isin: IT0003535157). Anche in questo caso la cedola è ghiotta perché è del 5%. Ai prezzi attuali di 135,5 centesimi se viene portato a scadenza il rendimento medio annuo lordo sarà di poco superiore al 2%. Anche questo Buono Poliennale ha subito i ribassi di marzo. A febbraio quotava sopra la soglia dei 148 centesimi, poi il crollo fino a 130 centesimi. Anche per questo titolo ci sono le possibilità di un ritorno dei prezzi verso i massimi di 148 centesimi. Con la possibilità di fare una bella plus valenza in conto capitale.

 

Il debito pubblico italiano

L’Italia è in difficoltà da molti anni sul fronte della crescita economica per un mix di motivi, alcuni non del tutto chiari: burocrazia, corruzione, giustizia inefficiente, alta tassazione, imponente debito pubblico, scarsa capacità di fare sistema, elevata evasione fiscale sono tutte concause ben note alle quali aggiungerei anche una certa rassegnazione e depressione che caratterizza un’ampia fascia della popolazione.

Negli anni ’60, gli anni del boom economico, il PIL cresceva a ritmi sostenuti, il debito pubblico si muoveva proporzionalmente ed il rapporto debito/PIL (linea lilla) si manteneva abbastanza stabile. Negli anni ’70 la crescita economica, pur con qualche crisi, era ancora buona ma il debito pubblico cominciava ad accelerare pericolosamente; la vera svolta, però, è all’inizio degli anni ’80 quando, dopo un periodo di stagnazione del PIL, i governi di allora, per intenderci il pentapartito a trazione democristiana e socialista, impostarono una politica di fortissima spesa pubblica. Il risultato fu che la crescita economica effettivamente ripartì ma il debito pubblico esplose ed il rapporto debito/PIL passò dal 60% al 120% nel giro di una decina d’anni. Nel 1992 ci fu la prima grave crisi del debito pubblico Italiano, nonostante, e qui si sfata un mito sovranista, avessimo la nostra moneta ed il pieno controllo della nostra Banca Centrale, la Banca d’Italia. Rintuzzata questa crisi dal governo Amato con una manovra “lacrime e sangue”, dopo pochi anni inizia l’unico periodo nell’ultimo cinquantennio in cui il rapporto debito/PIL cala, grazie o per colpa a seconda dei punti di vista, delle politiche del governo Prodi, finalizzate a far ammettere l’Italia nella moneta unica.

 

Dal 2000 ad oggi?

I primi anni 2000 sono stati caratterizzati da una crescita economica molto più modesta che nei decenni precedenti e da una stabilizzazione del debito pubblico reale, grazie anche al significativo abbassamento dei tassi di interesse.

Alla fine del 2020 l’Italia si troverà con un rapporto debito/PIL intorno al 160%, con un deficit di bilancio pubblico superiore al 10% e con un gran numero di imprese in difficoltà o, speriamo di no, chiuse per sempre. Non proprio un quadro rassicurante.

La storia della finanza ci insegna che non esiste un livello di debito/PIL al quale necessariamente scatta l’allarme insolvenza (default). Ci sono stati default di paesi con il 30% di debito/PIL e c’è il Giappone che convive con un debito pubblico superiore al 200% del suo reddito. Una variabile molto importante è conoscere chi detiene i titoli del debito pubblico e sapere se questi soggetti hanno fiducia o meno nella capacità di rimborso del paese debitore.