Un tonfo inaspettato. E fragoroso. Il debutto di Deliveroo alla Borsa di Londra farà parlare di sé a lungo. In effetti, un -30% nel giorno dell’Ipo non se lo sarebbe aspettato nessuno degli analisti. Neppure quelli più incalliti e che ne hanno visto di ogni. I numeri parlano da soli. Come sempre. E non hanno bisogno di commenti. Sarebbero superflui. Eccoli: il titolo del servizio di catering a domicilio ha perso 2,8 miliardi di dollari di market cap in un battibaleno. Una caduta che fa male, visto che il salto, all’ingiù, partiva dalla più alta valutazione per la Borsa britannica dal collocamento di Glencore nel 2011. Cent in più, cent in meno, 10,5 miliardi di dollari. Un bagno di sangue. Non c’è che dire, un brutto colpo per il profilo di hub finanziario globale per la City post-Brexit, visto che aveva puntato moltissimo su questo collocamento. “An absolute car crash” che sta preoccupando non poco i vertici della mega azienda britannica di food delivery…

Deliveroo: una caduta inaspettata

La cronaca di quanto successo è davvero incredibile. Le azioni di Deliveroo sono crollate durante le prime ore di contrattazione, toccando ribassi del 30%, per poi rimbalzare lievemente a metà seduta a circa -12%. Il gruppo ha venduto 384 milioni di azioni in sede di collocamento. Un valore pari al 21% del capitale, raccogliendo circa 1,5 miliardi di sterline, per una valorizzazione complessiva aziendale di 7,6 miliardi di sterline, circa 9 miliardi di euro. Insomma, le cose stavano andando neanche troppo male. Poi, l’inopinabile. Le azioni sono precipitate rapidamente nel trading iniziale, scivolando dalle 3,9 sterline per azione del collocamento fino a un minimo di 2,78 sterline, prima di risalire appena sotto quota 2,9 sterline.

Le motivazioni del flop

Quali sono le motivazioni di un simile tracollo? Secondo una parte del mercato, si starebbe affievolendo sempre di più l’appeal nei confronti delle quotazioni seriali di aziende dal dubbio business model. E, nel caso di Deliveroo, anche di una struttura azionaria dual-class che infatti ha reso impossibile l’inclusione del titolo nell’indice benchmark britannico, il Ftse 100. Ma non solo: a detta di quasi tutti gli osservatori, l’epico flop va messo in relazione a preoccupazioni sempre crescenti legate al comparto ESG. Ovvero, ciò che normalmente viene bollato come green o sostenibile ma che vede la S dell’acronimo rispondere all’aggettivo “social”. Deliveroo starebbe scontando un prezzo altissimo in termini di valutazione di mercato proprio al crescente numero di sentenze a favore dei riders. Soprattutto in Gran Bretagna.

Deliveroo e la “vita reale”

Insomma, il mercato non si fida. Ed è questo il dato più evidente. Quando finirà l’emergenza da Covid 19, il ritorno alla vita normale coinciderà per moltissimi retail trader con l’abbandono del mercato azionario come passatempo. Di fatto, un allontanamento graduale – ma sempre più consistente – dai servizi a domicilio. La voglia di vivere, uscire e connettersi con il mondo reale, farà crollare il piacere – o l’obbligo, a seconda dei punti di vista – di pagare il conto ai riders… Diversa la prospettiva generale per il comparto dell’e-commerce, quantomeno fino a quando i volumi garantiranno competitività assoluta a livello di prezzi rispetto ai punti vendita retail.