Lo smart working sarà la “modalità lavoro” del futuro. Anzi, per molti già del presente. Insomma, la pandemia ha accelerato un processo fino a poco tempo fa visto ancora con diffidenza dalla maggior parte delle aziende e degli stessi dipendenti. Ma che oggi appare improcrastinabile e anche foriero di ottime performances professionali. In ogni caso, lo smart working qualche problema l’ha dato. Anche e soprattutto a livello digitale. In particolare, per quanto concerne la sicurezza dei dati e della connettività. E’ quanto emerge da una ricerca condotta da Dimensional Research, azienda specializzata in analisi di mercato legate al mondo delle imprese.

Smart working e problemi di sicurezza

I dati sono piuttosto eloquenti: dalla ricerca emerge che il 95% delle aziende interpellate ha avuto a che fare con problemi di sicurezza legati allo smart working. In generale, la maggior parte delle imprese ha preso sul serio la questione, investendo risorse e denaro per migliorare la tecnologia per accedere da remoto (oltre il 55%). Allo stesso tempo, la richiesta principale è proprio di facilitare al massimo l’utilizzo dello strumento del lavoro agile. Grazie a tecnologie comprovate e gestibili in ogni dettaglio. Va però sottolineato che la pandemia Covid-19 ha colto aziende e dipendenti sostanzialmente impreparati a un lavoro da remoto di tipo massivo e continuativo. Troppi cambiamenti e soprattutto in tempi brevissimi non hanno di certo giovato. Tutt’altro.

La “pandemia digitale”

Insomma, accanto al Covid-19 si è sviluppata quella che gli esperti hanno ribattezzato una vera e propria “pandemia digitale”. Numerose le problematiche segnalate. A cominciare dalle necessarie modifiche veloci all’infrastruttura per gestire gli accessi (partendo dalla creazione di Vpn e al passaggio al cloud).  Passando, poi, per il massiccio ricorso alle piattaforme di videoconferenza. Estremamente agili e comode, certo. Ma se utilizzate senza gli accorgimenti necessari “possono diventare estremamente rischiose per la sicurezza aziendale”, si legge nella ricerca. Per non parlare dell’utilizzo di pc e piattaforme personali: magari non aggiornate all’ultima release o non protette adeguatamente tramite sistemi antivirus completi. Oltre a queste minacce legate all’hardware, nell’ultimo periodo sono aumentati notevolmente i rischi legati all’interazione umana e a phishing.

Attacchi sempre più sofisticati

Incertezza nell’utilizzo degli strumenti tecnologici a disposizione e scarsa dimestichezza con i mezzi. Due fattori che hanno favorito gli hacker, che nel giro di pochissimo si sono reinventati per approfittare dello smart working. Infidi e allo stesso tempo geniali gli escamotages individuati: dapprima hanno dato vita a nuovi siti legati al Coronavirus, con oltre 4.000 domini nuovi riconducibili al virus. Molti dei quali sospetti e malevoli, ovviamente. Successivamente hanno iniziato ad attaccare direttamente le persone, inviando migliaia e migliaia di e-mail phishing a tema Covid-19. Il picco è stato raggiunto il 28 marzo: ben 5.000 attacchi informatici riconducibili al virus. “La particolarità italiana è senza dubbio l’altissimo tasso di attacchi attuati tramite e-mail phishing rispetto alla media del resto del mondo (89%, rispetto al 57% globale)”. Ma non solo. Per diffondere i malware sono utilizzati documenti .xls, con un’incidenza doppia rispetto alla media internazionale (30,1%, rispetto al 14,8% globale).