E’ come se gli insegnanti a parità di ore, cieè 24 settimanali, finalmente guadagnassero 1900 o 2000 euro mensili…

Unilever alla prova della settimana lavorativa di quattro giorni. Il colosso dei beni di consumo che produce, tra le altre cose, anche i saponi Dove lancia un esperimento in Nuova Zelanda, dove consentirà ai suoi 81 dipendenti di lavorare per quattro giorni alla settimana per un anno intero pur continuando a essere pagati per cinque giorni.

Al termine dell’esperimento Unilever valuterà i risultati e prenderà spunto per tutti i suoi 155.000 lavoratori. L’iniziativa è uno degli sforzi più ambiziosi per provare la settimana lavorativa di quattro giorni che, secondo molti, aumenta la felicità, la salute e la produttività.

 

La proposta

La misura parte dalla Nuova Zelanda ed è calibrata su 12 mesi, con l’obiettivo – a fine periodo – di verificarne l’efficacia in termini di produttività, reazioni dei dipendenti e qualità del loro operato.

Per tutti a livello retributivo non cambierà nulla, e il passaggio da una media di 40 a circa 32 ore settimanali non comporterà nessuna riduzione degli stipendi, venendo ancora riconosciuto a tutti gli effetti dalla compagnia come tempo pieno.

 

Le parole dell’amministratore

Si tratta di un “esperimento” per vedere se abbreviare la settimana lavorativa di un giorno può “portare un cambiamento sostanziale nel modo in cui i dipendenti lavorano”, ha detto in una nota l’amministratore delegato di Unilever Nuova Zelanda, Nick Bangs.

“Crediamo che i vecchi modi di lavorare siano obsoleti e non più adatti”, ha detto Bangs. Unilever ha 81 dipendenti in Nuova Zelanda. Il prossimo dicembre, al termine dell’esperimento, l’azienda valuterà se una settimana lavorativa di quattro giorni debba essere estesa ai suoi 155.000 dipendenti in tutto il mondo.

 

La politica

A maggio, il primo ministro neozelandese Jacinda Ardern ha affermato che le aziende dovrebbero prendere in considerazione l’implementazione di settimane lavorative di quattro giorni al fine di aumentare la produttività dei dipendenti, fornire ai lavoratori un migliore equilibrio tra vita lavorativa e vita privata e incoraggiare il turismo interno per compensare una mancanza di turisti stranieri.

 

I precedenti

Settimane lavorative più brevi non sono un’idea nuova. L’economista britannico John Maynard Keynes, scrivendo nel 1930, predisse che entro il 2030 la tecnologia sarebbe progredita al punto in cui la maggior parte delle persone avrebbe lavorato 15 ore a settimana, mentre la produttività sarebbe continuata ad aumentare.

Nel 1956, l’allora vicepresidente degli Stati Uniti, Richard Nixon, ha detto che una settimana lavorativa di quattro giorni sarebbe arrivata negli Stati Uniti in un “futuro non troppo lontano”.

 

Un dibattito aperto

Attivisti del lavoro e ambientalisti hanno sostenuto l’importanza delle settimane di quattro giorni sulla base del fatto che avvantaggiano i lavoratori e riducono le emissioni. “La settimana lavorativa di quattro giorni migliora l’ambiente”, si dichiara in un articolo del 1997 del Journal of Environmental Health.

I datori di lavoro che si oppongono a una settimana di quattro giorni hanno sostenuto che i dipendenti finiscono per lavorare meno e che una settimana più breve potrebbe rendere le aziende meno competitive perché non saranno altrettanto disponibili per i clienti.

 

Le motivazioni

Più che il come si fa la riduzione d’orario, su cui va esercitata la fantasia imprenditoriale e spesa la capacità contrattuale del sindacato, infatti, conta il perché si sceglie tale strada. E più ancora del per che cosa la si progetta – obiettivi di politica economica dagli esiti spesso non pianificabili a tavolino – è fondamentale il per chi la si decide: la persona nella sua concretezza e verità. Se si parte da qui, da questo bisogno reale dell’uomo di non essere solo un lavoratore, di poter intessere relazioni, di avere cura degli altri – e così arricchirsi e crescere – la strada del cambiamento, la sua convenienza per le stesse aziende, è più facile da individuare.

La Nuova Zelanda non è affatto nuova a una simile modalità di lavoro, tanto che lo stesso primo ministro, Jacinda Ardern, pochi mesi fa in un discorso pubblico ha inquadrato la cosiddetta settimana corta come un sistema possibile per “aiutare l’economia”.