“#StopHateForProfit”: è questo il claim della campagna mondiale contro il dilagare dell’hate speech e delle fake news. A lanciarla, alcune associazioni no-profit – come Anti-Defamation League, Naaco, Sleeping Giants, Color of Change, Free Press e Common Sense – che hanno preso di mira Facebook. E molti inserzionisti del social network più importante al mondo hanno subito drizzato le orecchie e hanno deciso di bloccare, sino a data da destinarsi, la spesa per la pubblicità sui social negli Stati Uniti.

Facebook e i grandi marchi

ll ceo di Facebook, Mark Zuckerberg, paventa sicurezza e mostra un sorriso a 36 denti che è tutto un programma. Tanto da comunicare ai dipendenti che l’azienda non modificherà di una virgola le sue strategie sull’advertising per “un piccolo gruppo di inserzionisti”. Già: anche se tanto piccolo, il gruppo di inserzionisti proprio non pare. Ricapitolando: il ritiro delle ads su Facebook e Instagram per tutto luglio è stato annunciato dai marchi sportivi Adidas (inclusa la sua sussidiaria Reebok) e Puma. Stessa decisione per la catena di negozi di elettronica Best Buy e i fast food Denny’s. Il costruttore d’auto Ford ha bloccato per un mese l’advertising su tutti i social media. Nei giorni scorsi avevano annunciato il ritiro delle ads da Facebook altre aziende, tra cui Coca-Cola, Diageo, Honda, Starbucks, Verizon e Unilever. Mica tanto piccole, insomma…

Le certezze di Zuckerberg

Zuckerberg non fa una piega, come detto. Anche perché stando ai dati pubblicati da Pathmatics, società di marketing analytics, nessuna delle aziende che ha per ora ritirato gli investimenti pubblicitari su Facebook sarebbe fra i 100 top spenders Usa per le ads sul social media. Tuttavia, l’impatto a livello di immagine è tangibile. “Si tratta più che altro di un problema di reputazione, piuttosto che una questione economica”, dice infatti il ceo di Facebook. Intanto, i primi segnali finanziari si stanno facendo sentire, visto che venerdì 3 luglio le azioni dell’azienda di Menlo Park hanno accusato una perdita dell’8,3%. In soldoni, 7,2 miliardi di dollari in meno sul patrimonio del ceo.

Le accuse delle no profit

Ma perché le organizzazioni no profit hanno messo in piedi questa campagna contro Facebook? Il social di Zuckerberg è accusato di permettere la pubblicazione e diffusione di contenuti “razzisti, violenti e palesemente falsi sulla sua piattaforma”. Inoltre, consente che il social sia usato “per ampie campagne contro la partecipazione al voto politico e per diffondere disinformazione mirata contro l’elettorato afro-americano”. Infine, di aver permesso “l’incitamento alla violenza contro i manifestanti che si battono per la giustizia razziale in America”. Insomma, mica bruscolini…

La replica di Facebook

La replica di Facebook non si è fatta attendere: “Investiamo miliardi di dollari ogni anno per mantenere la nostra comunità sicura e lavoriamo costantemente con esperti esterni per rivedere e aggiornare le nostre policy”. E ancora: “Gli investimenti in intelligenza artificiale ci permettono di individuare quasi il 90% dei discorsi d’odio su cui interveniamo prima che gli utenti ce li segnalino. Inoltre, un recente rapporto dell’Unione europea ha rilevato che Facebook ha esaminato più segnalazioni di hate speech in 24 ore rispetto a Twitter e YouTube”.

La campagna di alfabetizzazione

Intanto Facebook nelle prossime settimane lancerà una nuova campagna in Europa, Medio Oriente e Africa per educare e informare gli utenti su come individuare potenziali notizie false. Saranno 3 le domande che, attraverso una serie di annunci pubblicitari, saranno sottoposte agli utenti. L’obiettivo è verificare le informazioni che appaiono nei post, chiedendosi: “Da dove viene? Se non c’è una fonte, cercala; cosa manca? Non fermarti al titolo, leggi tutto l’articolo; come ti fa sentire? Chi costruisce notizie false cerca di manipolare le emozioni”.