La folle storia dell’ascesa – e dell’altrettanto rovinosa caduta – di Adam Neumann e del suo modello di business.

Una vicenda che si collega a doppia mandata con la WeWork, mega colosso americano che fornisce spazi di lavoro condivisi per startup e servizi tecnologici per altre imprese. Insomma, il cosiddetto coworking.

Si potrebbe fare un film sulle vicende di una realtà fondata proprio da Adam Neumann e da Miguel McKelvey nel 2010 a New York, a Little Italy. Una società cresciuta in maniera esponenziale, arrivata a gestire oltre 4 milioni di metri quadrati di spazi condivisi, “cercando di permeare tutti gli ambiti della nostra vita: dagli uffici, agli appartamenti residenziali, sino alle palestre e alle scuole elementari private”, come sentenziavano i maggiori media americani sino a poco tempo fa.

Successo e declino figlio del Genio di Neumann ma anche della sua inevitabile follia, con eccessi legati all’alcool, alle spese folli e alla voglia di “entrare nella vita” dei suoi dipendenti. Tra gli episodi più eclatanti, i fiumi di birra offerti ai dipendenti a fine lavoro e i “summer camp” in giro per l’America; la componente olistica di alcuni seminari di formazione, nei quali un esperto di meditazione era chiamato a insegnare ai dipendenti i principi dello yoga. Spese folli che si riverberano su un’azienda che aveva raggiunto un valore di 65 miliardi di dollari ma che nel 2016 si vede costretta a licenziare il 7% degli oltre 12 mila dipendenti sparsi nel mondo.

Un declino costante, che ha portato proprio nei mesi scorsi all’allontanamento di Neumann da parte del direttore finanziario di WeWork, Artie Minson, e da Sebastian Guninngham, ex vicepresidente.

WeWork ha raddoppiato sia perdite che fatturato

Una vicenda che ha lasciato strascichi, visto che nel mese di ottobre il “Wall Street Journal” ha scritto che Neumann avrebbe ricevuto quasi 1,7 miliardi di dollari da SoftBank, la conglomerata giapponese che opera attraverso il suo maxifondo “Vision”, con quote da oltre 10 miliardi in WeWork – proprio per spingerlo a fare un passo indietro.

Tant’è vero che alcune settimane fa, gli azionisti di minoranza hanno intentato una causa contro Neumann e altri funzionari WeWork per “violazione dei suoi doveri fiduciari”.

Insomma, saranno tempi duri quelli che aspettano Minson e Guninngham. La speranza era la quotazione in Borsa, con una valutazione di oltre 47 miliardi. Ma le cose stanno cambiando davvero rapidamente. Gli investitori ci stanno andando con i piedi di piombo, visto che l’azienda sta continuando a perdere un sacco di soldi: 219.000 dollari ogni ora di ogni singolo giorno, secondo il Financial Times.

E non è tutto: nel 2018 WeWork ha raddoppiato sia le perdite sia il fatturato (rispettivamente 1,9 miliardi e 1,8 miliardi di dollari). Sempre il Financial Times ha riportato che pur avendo pubblicato a marzo una stima di fatturato pari a 3 miliardi di dollari per l’anno successivo, l’azienda ne ha persi 700 milioni nel primo quarter del 2019.

WeWork, un Modello di business instabile

Tre i motivi principali di preoccupazione: innanzitutto, la stabilità del suo modello di business. Gli uffici di Wework sono effettivamente affittati a lungo termine ma vengano occupati solo per brevi periodi, il che potrebbe creare problemi durante un’eventuale recessione. Inoltre, non si capisce il mercato di riferimento: quello immobiliare o il tecnologico?.

Senza dimenticare l’incognita rappresentata dallo stesso Neumann. Anche se è stato defenestrato mantiene quote importanti della società e non sembra intenzionato, per ora, a cederle facilmente.

Quali saranno i prossimi passi?  Intanto, è notizia fresca fresca del salvataggio di SoftBank da parte di Goldman Sachs. Il colosso giapponese, coinvolto in prima persona nel lancio in Borsa di WeWork, stava perdendo soldi e credibilità proprio per le difficoltà dell’operazione. Ed ecco vedersi lanciare il salvagente dalla banca d’affari newyorchese. Una linea di credito da 1,75 miliardi di dollari, finalizzata proprio all’avvio della prima fase del salvataggio di Wework e che, alla fine, dovrebbe comportare un esborso totale da 5 miliardi.

Eh già, Goldman Sachs crede ancora nel potenziale del coworking…