Viviamo tempi difficili. L’omologazione dei comportamenti e delle scelte è sempre più un pericolo attuale. Ecco perchè bisogna lottare per far sì che l’esperienza umana sia libera. Non assoggettata al cosiddetto “Capitalismo della sorveglianza”. Ne va del nostro futuro. Sono queste le tematiche principali trattate nell’ultimo libro di Shoshana Zuboff “The Age for Surveillance Capitalism. The Fight for a Human Future at the New Frontier of Power”. Zuboff, scrittrice americana, sociologa e docente dell’Harvard University, è autrice di diversi libri che approfondiscono i legami dell’era digitale e i suoi impatti sulla società. La rivoluzione digitale e l’evoluzione del capitalismo sono al centro dei suoi testi e del suo impegno intellettuale.

Il capitalismo della sorveglianza e Google

Nel saggio, Shoshana Zuboff lancia un avvertimento: “L’esperienza umana è ormai materia prima gratuita che viene trasformata in dati comportamentali… e poi venduta come ‘prodotti di previsione’ in un nuovo mercato quello dei ‘mercati comportamentali a termine’ … dove operano imprese desiderose solo di conoscere il nostro comportamento futuro”. E forgia un nuovo termine: il “capitalismo della sorveglianza”. In soldoni, viviamo un’epoca in cui ci si appropria di dati relativi agli umani comportamenti, sia online che offline. Dati in parte utilizzati per migliorare, genericamente, beni e servizi – dunque, in qualche modo a scopi socialmente utili. Una buona fetta, però, confluisce nei cosiddetti “prodotti di previsione” commerciati nei nuovi “mercati comportamentali a termine”. Coloro che si appropriano di quei dati e li elaborano accumulano così immense ricchezze. La Zuboff si riferisce, più o meno esplicitamente, a Google, considerata l’artefice di questo nuovo capitalismo.

La scomparsa del libero pensiero

Il pericolo di meccanismi del genere, secondo l’autrice, è notevole. Il capitalismo della sorveglianza è devastante soprattutto perché rischia di provocare la scomparsa dell’umanità. Intesa come modo umano di ragionare e di comportarsi, di cui l’autonomia e la dignità sono i tratti distintivi. Il capitalismo della sorveglianza, scrive Zuboff, “rischia di fare all’umanità quello che il capitalismo industriale ha fatto alla natura”. Il capitalismo della sorveglianza si nutre, dunque, dello sfruttamento della complessiva esperienza umana. Una visione che porta ad una forma di potere che Zuboff chiama “strumentale”. Un potere che permette di conoscere il comportamento umano e di influenzarlo a vantaggio di altri. E la sua forza deriva non da armi o eserciti ma da un’architettura computazionale di dispositivi intelligenti, di cose (Internet of Things) e spazi tra loro connessi.

Umanità senza volontà

Il capitalismo della sorveglianza va, dunque, combattuto. Soprattutto perché riduce a merce i comportamenti umani. Un capitalismo che non si accontenta “di automatizzare i flussi di informazioni su di noi, ma mira a automatizzare noi stessi”. E i prodotti legati alla sorveglianza sono già tra noi: basti pensare alle assicurazioni, alle vendite al dettaglio, alla finanza privata ed industriale. E ancora: la sanità, l’istruzione secondaria e universitaria. Ecco perché, secondo la Zuboff, non bisogna rassegnarsi ad essere svuotati di ogni volontà, senza prendere atto che si tratta di qualcosa che ci viene imposta illegittimamente. “Il capitalismo della sorveglianza non ha precedenti nella storia umana e non sappiamo come e dove saranno i suoi limiti. Di certo possiamo constatare che esso nutre profondo disprezzo per le norme sociali e le libertà individuali delle quali la democrazia non può fare a meno”.