“Wood Wide Web” – È da tantissimo tempo che le connessioni che esistono tra gli alberi nelle foreste sono conosciute e studiate dagli essere umani. Inoltre, con l’avanzare del tempo e del progresso tecnologico, sempre più scienziati hanno tentato di analizzare queste connessioni per tentare di comprenderle in modo scientifica.

Circa dieci anni fa’, un team di scienziati, diretto e coordinato da Suzanne Simard era riuscita a dimostrare che esistevano molte analogie tra il modo di fare rete degli alberi (denominato infatti Wood Wide Web) e la rete di internet.

Una scoperta non da poco visto il grande grado di complessità da attribuire agli alberi e alle modalità con cui interagiscono tra loro.

I collegamenti tra le radici degli alberi avvengono attraverso dei batteri, funghi, microrganismi che consentono lo scambio di sostanze nutrienti quali ad esempio carbonio, azoto, zuccheri ed acqua. Sembra inoltre che attraverso questo sistema sia possibile scambiare informazioni più astratte, come comunicare l’arrivo dei parassiti, o addirittura riconoscere i legami parentali.

Esistono funghi che sono in grado di costruire una rete di oltre 100 km per collegarsi tra di loro. Le piante di maggiori dimensioni, denominate anche “alberi hub”, fungono sostanzialmente da snodi mantenendo le connessioni tra le varie specie.

Suzanne Simard: i suoi esperimenti nella foresta

Il team capitanato da Susanne Simard, prese a campione tre specie di alberi diversi: l’abete di Douglas, la betulla da carta e il cedro rosso del pacifico. L’ipotesi di partenza era quella che mentre la betulla e l’abete fossero connessi nel mondo sotterraneo, il cedro vivesse invece in un suo mondo, escluso da questo genere di connessioni.

I ricercatori coprirono gli alberi con delle buste di plastica, e in seguito iniettarono al loro interno due isotopi di carbonio radioattivo. Trascorso il tempo necessario affinché, mediante la fotosintesi, gli alberi assorbissero il CO2, l’ipotesi di Simard venne confermata.

Tra l’abete e la betulla era avvenuta una sorta di comunicazione bidimensionale. I primi due dunque avevano trovato un modo per comunicare reciprocamente, mentre il cedro, come aveva previsto Simard, era rimasto tagliato fuori da questa rete.

Dopo un risultato del genere, ci furono naturalmente molti altri esperimenti.

Alcuni dimostrarono come nella stagione estiva, la betulla mandasse più carbonio all’abete, mentre questi al contrario gliene inviava molto meno. Ciò accadeva in particolar modo quando l’abete si trovava in una zona d’ombra.

Ma fu’ scoperta dagli scienziati anche l’esistenza di una situazione contraria. Nella circostanza inversa infatti era l’abete a trasmettere alla betulla più carbonio, in quanto questa era rimasta senza foglie. Il team non potè però non notare, che era come se le due piante dipendessero l’una dall’altra.

A tal proposito Suzanne Simard dichiarò: «In quel momento tutto divenne più chiaro. Pensavo di aver scoperto qualcosa di grosso, che avrebbe cambiato la nostra idea d’interazione tra gli alberi di una foresta. Non erano più solo dei meri competitori, ma dei collaboratori. Avevo trovato prove tangibili dell’esistenza di quest’enorme rete di comunicazione sotterranea: l’altro mondo».

Conoscere il Wood Wide Web

Una ricerca condotta dall’Università di Pisa e dal Cnr, riuscì a dimostrare che la vita del wood wide web risulta totalmente slegata da quella della pianta di riferimento. Se ad esempio un albero in grado di comunicare in maniera bidirezionale con il resto delle piante viene abbattuto, la rete sotterranea della natura continua comunque a vivere e a cercare di stabilire nuove connessioni.

Le scienziate italiane hanno dato un contributo molto importante a questa causa scientifica, in quanto hanno fatto conoscere al resto del mondo importanti funzionalità della rete nel sottosuolo. Una scoperta che tra l’altro aiuta la scienza a capire meglio come mantenere la fertilità biologica di un terreno.

Le mappe di Thomas Crowther

Thomas Crowther è un ecologo britannico. A partire dal 2012, ha iniziato a raccogliere tutti i dati che riguardavano le foreste del mondo. Una ricerca in cui si è avvalso sia di agenzie governative che di singoli scienziati.

Nel giugno del 2015, Crowther è riuscito a mappare la distribuzione degli alberi nel mondo naturale. Secondo i suoi calcoli, il numero di alberi presenti sulla terra sarebbe di circa tre trilioni.

Affascinato dalla sua ricerca, Kabir Peay, biologo proveniente dall’Università di Stanford, si è messo in contatto con il ricercatore per proporgli di creare una nuova mappa. Solo che al posto degli alberi, si trattava stavolta di mappare la rete sotterranea di connessioni tra alberi.

A quel punto, i due ricercatori hanno costruito un team di ricerca utilizzando come laboratori principali il Crowther Lab, un laboratorio fondato dallo stesso presso l’ETH di Zurigo, e l’Università di Stanford. Tutto questo ha portato nel 2019 alla pubblicazione di una mappatura che per la prima volta ha dimostrato al mondo scientifico che le radici, i batteri e i funghi, aiutano da oltre 500 milioni di anni gli alberi a connettersi reciprocamente tra loro.

La campagna Trillion Tree Campaign

Tutte queste scoperte scientifiche, come quella di Suzanne Simard o di Thomas Crowther hanno anche avuto il merito di fornire moltissime informazioni utili a sensibilizzare le persone sul tema dell’ambiente.

Ad esempio la Trillion Tree Campaign, finanziata dall’Onu, ha utilizzato Thomas Crowther come suo principale consulente sul tema. Lo scopo della campagna ideata dall’Onu è quella di puntare a raggiungere l’obiettivo di arrivare alla piantumazione di un miliardo di alberi.

Il Consiglio delle Nazioni Unite sta dunque concretamente provando a proporre soluzioni che aiutino a conservare quell’equilibrio di natura che ha permesso alla terra di vivere per miliardi di anni, e che oggi è in pericolo a causa dell’inquinamento prodotto dagli esseri umani.

Anche perchè può bastare pochissimo affinchè questo equilibrio si rompa.

Martin Bidartondo, ricercatore associato alla Royal Kew Gardens di Londra, ha fatto notare che, se per caso cambiasse o venisse sostituita la tipologia di fungo che normalmente ha il compito di interagire con le piante e creare connessioni, i danni potrebbe essere molto gravi.

Si potrebbero infatti creare le condizioni affinchè i suoli non riescano più ad immagazzinare anidride carbonica. O ancora, potrebbero iniziare a rilasciarne in grosse quantità, contribuendo così al cambiamento climatico che stiamo vivendo.

La speranza dunque, è che in un mondo in cui pian piano si inizia a prendere coscienza delle conseguenze legate al cambiamento climatico, le ricerche di persone coma Simar o Crowther aiutino la popolazione a comprendere meglio la natura e quanto essa abbia bisogno di essere rispettato nei suoi equilibri fondamentali.