Lo smart working è stato uno dei cambiamenti più importanti nel mercato del lavoro portati dalla pandemia. Anche se va precisato che l’epidemia ha semplicemente accelerato un processo che era già in corso. Soprattutto in campo finanziario, la decisione di puntare sempre meno al lavoro d’ufficio per far “migrare” i dipendenti verso un lavoro agile era già stata presa da tempo.

Inevitabile che questo producesse dei cambiamenti nelle grandi città. Se prima queste erano congestionate infatti da migliaia di lavoratori che ogni giorno si alzavano per andare a lavorare in sede, basando al contempo tutta la loro vita sociale nel luogo in cui vivevano, la possibilità di lavorare da un computer ha completamente ribaltato questo scenario. 

Smart working: si svuotano le metropoli

E inizia a farsi largo l’idea che la centralità di città e metropoli come cuore pulsante dell’economia possa rapidamente venire meno. Una ricerca condotta dal Sole 24 ore prevede saranno almeno 3, 5 milioni di persone che continueranno a lavorare da casa anche finita la pandemia.

E uno dei primi effetti sarà quello di mettere in crisi il settore dei trasporti. Il tal senso, il Sole 24 ore rileva che “trasporti locali, mense aziendali, manutentori, addetti alle pulizie, magazzinieri. Per questi comparti la crisi generata dal lockdown è stata solo l’inizio: l’estrema prudenza con cui continueranno a essere gestiti i rientri nei luoghi di lavoro per evitare i contagi sarà, di fatto, una minaccia per la continuità dei conti di queste aziende, tranne per chi non ha saputo radicalmente rinnovare il proprio business”. 

La crisi del settore dei trasporti

D’altronde, è stata la stessa Anav, l’associazione delle aziende di trasporto pubblico totale, ad affermare che il settore durante l’epidemia e nei mesi successivi al lockdown, ha perso circa il 60 per cento dei passeggeri. Così come è crollato in modo forse irreversibile il comparto delle mense aziendali. Questi infatti ha perso circa un terzo del suo fatturato complessivo. La pandemia di coronavirus ha dunque favorito la decentralizzazione e la digitalizzazione dell’economia. Due processi che sembravano inevitabili. Ma che al contempo ancora abbastanza lontani dall’essere realizzati.

Se poi si fa un calcolo complessivo delle persone che tra studenti e lavoratori hanno lasciato la città per fare ritorno alle province d’origine, si comprende meglio il fenomeno a cui stiamo assistendo. Le città si sono svuotate d’improvviso. E questo ha prodotto anche uno spostamento rilevanti dei consumi dai grandi borghi ai paesini.

E presto anche il mercato immobiliare risentirà di questo cambio di paradigma. L’Ufficio studi di Immobiliare.it, ha varato un report in cui afferma che la disponibilità di case e stanze in affitto per studenti e lavoratori è aumentata del 149 per cento su base annua. Questo significa che a breve potremmo assistere a un repentino cambio dei prezzi degli affitti di città, come ad esempio Milano, che fino a questo momento risultavano inaccessibili. Una notizia positiva se non fosse che che questo manderà in crisi diversi comparti dell’economia. 

Smart working: un settore privo di regolamentazione

Esiste poi un’altra questione che dovrebbe venire affrontata al più presto dal governo. Lo smart working è stata una scelta necessaria e non prevista. Questo significa che la sua introduzione massiccia per mettere al riparo le aziende dalle conseguenze del lockdown è stata improvvisa e priva di regolamentazione.

E adesso, esiste il rischio che senza una legislazione specifica, questa modalità di telelavoro possa essere utilizzato dalle aziende per sfruttare il lavoratore. Il rischio è che possa diventare la nuova frontiera del lavoro a cottimo. Senza tralasciare le implicazioni psicologiche da parte del dipendente che d’un tratto identifica la sua casa con il luogo di lavoro. Ci troviamo di fronte a un cambiamento che è appena agli inizi ma che non va sottovalutato.

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