Con l’emergenza sanitaria da Coronavirus, si stanno cercando soluzioni alternative per far sì che l’attività lavorativa non subisca eccessivi contraccolpi. Come ampiamente anticipato proprio dagli esperti di Valorimpresa Consulting, lo smart working sta prendendo sempre più piede in ogni ambito e settore.

Basti pensare che lo stesso Ministero per la Pubblica Amministrazione, con la circolare n. 1 del 4 marzo 2020, obbliga la P.A. ad adottare misure organizzative per il ricorso al telelavoro. L’obiettivo è incentivare modalità più adeguate e flessibili di svolgimento della prestazione lavorativa. Ciò anche nell’ipotesi in cui il dipendente si renda disponibile ad utilizzare propri dispositivi, a fronte dell’indisponibilità o insufficienza di dotazione informatica da parte dell’Amministrazione.

Smart Working: le indicazioni della circolare n. 1 del 4 marzo 2020

Tra le indicazioni della circolare, alcune sono particolarmente significative:

  • il ricorso, in via prioritaria, al lavoro agile come forma più evoluta anche di flessibilità di svolgimento della prestazione lavorativa, in un’ottica di progressivo superamento del telelavoro;
  • l’utilizzo di soluzioni “cloud” per agevolare l’accesso condiviso a dati, informazioni e documenti;
  • il ricorso a strumenti per la partecipazione da remoto a riunioni e incontri di lavoro (sistemi di videoconferenza e call conference).

Soluzioni che certamente possono diventare una grande opportunità anche per il tessuto imprenditoriale del nostro Paese, ancora poco avvezzo a seguire strategie “high tech” nel rapporto con la clientela e i fornitori. La crisi e le difficoltà contingenti come mezzo per il rilancio dell’economia?

Lo ha spiegato proprio di recente Piero Fattori, partner del gruppo Valorimpresa, in un’intervista su questo blog:

“A causa del Coronavirus molti incontri e riunioni sono stati annullati. Insomma, sta sempre più prendendo piede la ‘videoconference’, in Italia non molto diffusa, almeno sino ad oggi. Si tratta di una nuova frontiera: costi molto ridotti, conference call più brevi e concrete, ottimizzazione dei tempi, decisioni dunque immediate. Un modo di operare che certamente renderà più efficiente il sistema e porterà anche ad un cambiamento dei comportamenti. Un’opportunità che gli imprenditori e i manager italiani devono saper cogliere al volo”.

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Chiaro il messaggio, ora recepito a livello nazionale e globale. Lo smart working, insomma, non va inteso solo come pronta risposta alle emergenze.

I numeri del “lavoro agile”

È una modalità di svolgere il rapporto di lavoro che, sebbene ancora di nicchia, è sempre più diffusa: in Italia, secondo l’Osservatorio della School of management del Politecnico di Milano, nel 2019 hanno fruito del lavoro agile 570 mila lavoratori, in crescita del 20% rispetto all’anno precedente.

Una diffusione in ogni caso inferiore al resto del mondo, dove le aziende che hanno una politica flessibile del lavoro e dei suoi spazi sono il 62%. In Italia, invece, solo il 59%.

Lo smart working aumenta anche la produttività. Ne è convinto e lo spiega con dovizia di particolari Domenico De Masi, professore emerito di Sociologia del lavoro all’Università La Sapienza di Roma.

In una recente intervista al sito “millionaire.it” ha infatti dichiarato che

“In Italia si resta in ufficio over time almeno due ore in più al giorno. E non sono retribuite. In Germania alle 17 sono tutti fuori ufficio. Lavorano 1.400 ore l’anno. In Italia lavoriamo 1.800 ore l’anno. Una follia. La cosa interessante è che lavorando 1.400 ore hanno una produttività maggiore del 22%”.

E tutti vissero felici e contenti, dipendenti, manager e imprenditori…

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