Con l’espressione Skill Mismatch si intende un fenomeno che riguarda la distanza che esiste attualmente tra impresa e lavoratori riguardo le competenze professionali richieste dal mercato del lavoro.

Con questo termine si vuole anche evidenziare le difficoltà delle aziende ad assumere personale che abbia le skill necessarie a svolgere i lavori nati negli ultimi anni.

Si può sommariamente dividere il fenomeno del mismatch in due tipologie di lavoratori.

Gli over skilled, ovvero tutte quelle persone che possiedono un numero di competenze e abilità professionali superiori al lavoro in cui sono impiegati, e gli under skilled, lavoratori che invece risultano sprovvisti delle competenze necessarie a svolgere la maggior parte delle professioni disponibili sul mercato.

Le conseguenze di questo fenomeno sono molteplici e abbastanza evidenti

Ad esempio, chi possiede più competenze rispetto al lavoro che svolge, si ritrova ad essere retribuito e gratificato molto meno di quanto la sua formazione richiederebbe. Al contrario, chi invece possiede meno skill di quelle richieste dal mercato, fatica sempre di più a trovare occupazione. Un fenomeno questo, che negli anni sta incidendo profondamente sulla perdita di produttività delle aziende.

Va però precisato che anche le imprese spesso hanno le loro colpe. Esse decidono sempre più frequentemente di attuare delle politiche di contenimento dei costi che svalutano la formazione professionale interna all’azienda offrendo al contempo salari al ribasso rispetto alle qualifiche richieste.

Il report del Boston Consulting Group

Un rapporto redatto dal Boston Consulting Group, denominato “Fixing the Global Skills Mismatch”, ha evidenziato come questa mancata corrispondenza tra le competenze richieste oggi dal mercato del lavoro e quelle che sono invece attualmente disponibili, genera un danno economico all’economia globale di circa 5 miliardi di dollari.

Oltre a questo, il report stima che questo fenomeno riguardi più di un miliardo di lavoratori in tutto il mondo. Inoltre prevede che questo numero aumenterà sensibilmente entro il 2030.

Il problema dunque, secondo l’analisi del Boston Consulting Group, riguarda il fatto che il mondo del lavoro sta cambiando troppo velocemente. La multinazionale statunitense stima addirittura che nel 2022, il 22 per cento degli impieghi professionali sarà costituito da lavori che al momento non esistono ancora.

Evidente inoltre che di fronte a un cambiamento così rapido, sia le aziende che si occupano di formazione professionale che le scuole stesse, faticano enormemente ad elaborare percorsi formativi in linea.

E se questo da un lato ha triplicato i costi per la formazione professionale nell’ultimo ventennio, dall’altro danneggia i nuovi lavoratori. Le nuove leve appena uscite dall’università finiscono per ricoprire incarichi inferiori alle loro attese. Anche se magari sono usciti da percorsi formativi a cui si erano iscritti per essere espressamente formati per quel tipo di lavoro.

Skill Mismatch: le possibile cause

Capire quale sia l’origine di questo divario che provoca un danno così consistente all’economia globale non è semplice. La situazione resta problematica sia per quei paesi in cui domina attualmente la crisi economica, sia per quelli che stanno vivendo un momento di crescita.

All’interno di un’economia che prospera, le aziende sono incentivate a investire in formazione ed innovazione. Esse si scontrano però con il fatto che nemmeno le migliori università forniscono agli studenti le competenze di cui hanno bisogno.

In momenti di recessione invece, questa stessa propensione ad investire diventa quasi nulla. Le imprese assumono posizioni fortemente conservatrici, non adeguandosi alle nuove figure professionali richieste dal loro business, e inserendo personale iper qualificato per le stesse mansioni del passato.

Il grande “salto” tecnologico che il mondo ha sperimentato negli ultimi trent’anni è forse la causa principale del mismatch. L’avvento di nuovi tipi di modelli economici (come ad esempio la sharing economy) e il ruolo sempre più centrale di internet e dei social media nel business aziendale, hanno cambiato il mercato del lavoro con una rapidità mai vista nella storia, rendendo quasi impossibile progettare in breve tempo una formazione professionale adeguata a questa nuova realtà.

Da non trascurare come anche l’invecchiamento della popolazione, in una realtà lavorativa che fino agli anni 80 non conosceva internet, ha prodotto un fenomeno denominato “obsolescenza delle competenze”. Essa indica il momento in cui una competenza utile per svolgere un determinato lavoro, cessa di essere tale.

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Skill Mismatch: la situazione in Italia

L’Italia risulta attualmente tra gli stati con il più alto grado di discrepanza tra i percorsi di studio scelti dai giovani e le competenze richieste dal mercato del lavoro.

Un’analisi redatta da J.P Morgan e l’Università della Bocconi, ha messo in rilievo che il problema della formazione del personale, sia in assoluto quello che più danneggia economicamente il nostro Paese.

Oltretutto, nonostante l’Italia possieda la più bassa percentuale di laureati in tutta Europa, questi non riescono a beneficiare rispetto a chi possiede il solo diploma, e il loro tasso di disoccupazione non è così dissimile da quello dei diplomati.

Il tema della formazione si dimostra un tema particolarmente critico anche per la classe imprenditoriale italiana. Rispetto ad altre economie infatti, nel nostro paese gli incentivi dello stato a incoraggiare l’imprenditoria individuale sono pressochè nulli, e questo frena la nascita di nuove aziende e di nuovo personale qualificato sulla base del nuovo mercato del lavoro.

Il confronto con gli Stati Uniti

Sempre secondo il report di J.p Morgan e Bocconi, se in America un imprenditore laureato guadagna mediamente il 136 per cento in più di un suo coetaneo diplomato, in Italia questa si differenza si attesta solamente al 36 per cento.

L’economista Massimo Anelli ha sottolineato come una delle principali difficoltà del mercato del lavoro italiano, riguarda la totale sconnessione che sussiste nel nostro paese tra le competenze richieste dalle aziende e quelle obsolete offerte da università e scuole di formazione.

Anelli afferma  inoltre che il problema riguarda però anche la scelta delle facoltà da parte degli studenti in relazione alle prospettive lavorative. Per giustificare la sua tesi, l’economista fa’  il paragone con la Germania. Ogni anno questa nazione sforna più del doppio dei laureati in discipline informatiche, scientifiche ed economiche e detiene una disoccupazione decisamente inferiore a quella italiana.