La ristrutturazione del debito/2: le fasi della crisi e le varie fasi procedurali

Abbiamo già affrontato la questione della “ristrutturazione del debito” per le piccole e medie imprese. Un punto focale per la vita aziendale e per il sistema economico nazionale, reso ancora più centrale grazie alla nuova disciplina fallimentare italiana, rimodulata nel 2019. Una rivisitazione legislativa che punta essenzialmente su due aspetti: da un lato, favorire un’uscita dal mercato rapida e a bassi costi per le imprese che versano in uno stato di crisi irreversibile; dall’altro, consentire alle società in difficoltà temporanea di ristrutturarsi e tornare protagoniste sul mercato.
Come aveva sottolineato Piero Fattori, Partner di Valorimpresa Consulting, il primo passo decisivo è la presa di coscienza, da parte dell’imprenditore, della situazione di difficoltà della sua azienda: 
“Il titolare si deve rendere conto di avere bisogno di aiuto. Il primo step? Valutare in maniera prospettica la vita aziendale e far comprendere alla proprietà che le strategie sviluppate sino ad allora possono portare a crisi evidenti, sino alla mancanza di fondi per rimborsare i fornitori e alla chiusura dell’azienda”.

Gli obblighi dell’allerta interna, le 5 fasi

Ebbene, tra le principali novità della riforma vi è l’introduzione delle “procedure di allerta e di composizione assistita della crisi”. L’obiettivo? Far emergere precocemente i casi di aziende in défaillance. La normativa prevede ora cinque fasi:
1) l’incubazione della crisi;
2) la maturazione della crisi;
3) la crisi conclamata e irreversibile;
4) l’insolvenza reversibile;
5) l’insolvenza conclamata.
Un approccio innovativo da parte del legislatore, che prevede un’evoluzione che richiede inizialmente interventi solo da parte di soggetti interni (amministratori e organi di controllo) e, man mano che la situazione peggiora, di soggetti esterni.
In particolare, il nostro focus in questo ambito è sull’allerta interna e gli obblighi organizzativi a carico dell’imprenditore. 

Verifica dello stato di salute aziendale

Se prevenire è meglio che curare, ecco che diventa dunque fondamentale fare ricorso alla pianificazione strategica e finanziaria, allo sviluppo di una serie di dati che permettano sempre agli amministratori di avere in mano una documentazione in grado di verificare lo stato di salute dell’azienda.
Nel concreto, il nuovo Codice obbliga le società a dotarsi di strumenti di monitoraggio in grado di prevedere in anticipo l’andamento dei flussi economici.
Si tratta di un passaggio non semplice per il panorama imprenditoriale italiano: la maggior parte delle piccole e medie realtà del Bel Paese sono a conduzione familiare e dotarsi di una persona dedicata per il controllo di gestione non rientra, almeno inizialmente, nei piani aziendali. Eppure, si tratta di un’evoluzione fondamentale, in quanto
“ Affrontare la crisi o il periodo di precrisi con al proprio fianco un esperto del settore è un valore aggiunto per l’imprenditore”, come sottolinea Piero Fattori.
Anche perché le operazioni da mettere in cantiere sono parecchie: dalla predisposizione di un business plan alla redazione di budget annuali; dai piani di tesoreria e di cassa sino ai forecast periodici.
Un consulente in grado di “leggere” le situazioni e anche di formare il personale interno diventa una condizione imprescindibile per equipaggiare l’impresa di strumenti che sappiano intercettare in largo anticipo gli indizi di crisi. Solo così si potranno attivare tempestivamente tutti i procedimenti necessari alla risoluzione positiva dello stato di difficoltà.