E’ il più grande accordo di libero scambio al mondo. E’ stato ratificato lo scorso 15 novembre tra i principali paesi asiatici. A farla da padrone è la Cina, visto che è la prima volta che partecipa ad un trattato commerciale che coinvolge numerose realtà di diversi continenti. Il suo nome è Rcep”, acronimo di Regional Comprehensive Economic Partnership. La firma, avvenuta a margine del summit annuale dell’Asean (Associazione dei Paesi del sud-est asiatico), coinvolge, tra gli altri, anche il Giappone, la Corea del Sud, l’Indonesia, l’Australia e la Nuova Zelanda. Stiamo parlando del 30% del Pil e della popolazione globale.

La Rcep

L’obiettivo dei partecipanti è chiaro. La Rcep dovrà aiutarli a superare la crisi da pandemia. Tra i più convinti sostenitori del progetto vi è il Giappone. Il governo nipponico aveva sempre affermato che senza la presenza dell’India, non avrebbe siglato l’accordo. Nei calcoli di Tokyo, la partecipazione di Delhi avrebbe bilanciato il peso, ingombrante, della Cina. Spinti dalla necessità di far ripartire la propria economia, i leader giapponesi si sono turati il naso, accettando di entrare in uno schema dominato da Pechino. In ogni, caso, nel patto è specificato che la porta per l’India sarà sempre aperta. E allora, perché Delhi per ora nicchia? Semplice: teme di peggiorare il deficit commerciale con la Cina, oltre a voler proteggere il proprio settore agricolo dalla concorrenza di realtà come Australia e Nuova Zelanda.

Il peso specifico della Cina

Tutto sembra giocare a favore della Cina. Stando agli analisti, il peso geopolitico e strategico di Pechino crescerà ulteriormente. I cinesi potranno dettare nuove regole su un ampio segmento del commercio globale. Il nuovo patto contiene riferimenti espliciti alla protezione della proprietà intellettuale, regole su settori come telecomunicazioni, servizi finanziari, gare d’appalto pubbliche e vendite online. Insomma, i paesi europei e gli Stati Uniti devono preoccuparsi? Come sostengono gli esperti di Bruegel (Brussels European and Global Economic Laboratory), gruppo think tank politico-economico internazionale, la Rcep incrementerà il Pil europeo di circa lo 0,1%.

Pro e contro

Vediamo perché. Innanzitutto, la preoccupazione maggiore per l’Ue potrebbe essere lo spostamento delle sue esportazioni verso i membri Rcep: la cosiddetta “deviazione del commercio (trade diversion)”. Pura teoria, però, visto che molti paesi del Vecchio Continente vantano numerosi accordi commerciali in vigore in Giappone, Corea del Sud e Vietnam. E difficilmente saranno annullati. C’è un però. La maggior parte delle esportazioni Ue verso i Paesi Rcep non godono di accordi commerciali privilegiati. Fra questi, figura anche la Cina. Senza dimenticare che in nazioni come Indonesia, Malesia e Thailandia, Bruxelles deve fare i conti con dazi davvero elevati.

Il piatto della bilancia

Sul piatto della bilancia, le Borse mondiali valutano anche una serie di benefici sul lungo periodo. Secondo Bruegel “I consumatori e le numerose aziende che dipendono dalle importazioni di prodotti intermedi provenienti dall’area Rcep, trarranno vantaggio dai prezzi più bassi”. Un vantaggio che dipenderà dalla “migliorata efficienza nelle catene del valore con sede nella regione”. Ma non solo. Gli esportatori verso l’area Rcep potranno godere enormemente della crescita del reddito nella regione e – molto probabilmente – da uno sviluppo più rapido”. Insomma, per l’Unione Europea – al netto di quanto farà la Cina – le prospettive non paiono così negative.