Quale politica monetaria è necessario adottare a livello internazionale? E’ questa la domanda che si stanno ponendo in molti in ambito globale. Dagli analisti agli operatori di mercato, dai governatori delle banche sino al tessuto imprenditoriale, per arrivare all’uomo comune, è facilmente intuibile quanto sia importante adottare strategie economiche e finanziarie sensate.

A maggior ragione dopo nove anni di ciclo economico espansivo, interrotti bruscamente all’inizio del 2019, quando è tornato a ventilare l’alone negativo del “rischio recessione”.

Politica Monetaria, l’intervento della Federal Reserve

I segnali, comunque, erano abbastanza evidenti, visto che due anni fa la Federal Reserve aveva alzato per ben quattro volte il costo del denaro, adottando una politica monetaria più stringente. Una decisa virata di rotta che ha reso meno favorevoli le condizioni per un’espansione dell’economia e che, insieme alle crescenti tensioni commerciali, ha avuto un effetto negativo sul rendimento dei titoli di Stato, che hanno assistito ad un’inversione della curva dei rendimenti, corrispondendo yield maggiori su scadenze più brevi, sintomo di una scarsa fiducia nell’economia. Già, quindi tutto negativo?

I venti di cambiamento dicono che, numeri alla mano, mentre nel 2018 le banche centrali di tutto il mondo hanno effettuato complessivamente due rialzi dei tassi ogni singolo ribasso, nel 2019 gli istituti centrali “accomodanti” sono stati cinque volte superiori rispetto a coloro che hanno adottato politiche recessive. Con una media di 7 ribassi dei tassi per ogni rialzo. Insomma, le banche centrali sono andate alla ricerca di un “over time” per alimentare il ciclo economico.

Scelta condivisibile?

Come sempre, contano i fatti: secondo le stime del Fondo monetario internazionale e dell’Ocse, un tale modo di agire dovrebbe assicurare all’economia del 2020 un ritmo di crescita superiore a quello dell’anno scorso. Tutto vero. Stando ad altri tecnici, però, questi “trucchetti” funzioneranno fino ad un certo punto.

Dal blog “IcebergFinanza” rilanciano in maniera dura e netta:

Il prossimo giro non ci saranno prigionieri, migliaia di società spazzatura falliranno in mezzo ad una semplice recessione e non basteranno i tesorucci in circolazione per salvare patrimoni e redditi”.

E allora? Qual è la verità? I libri di Economia ci dicono che i cicli economici dipendono essenzialmente da due variabili: il tasso di interesse, attualmente “fissato” dagli Stati Uniti, e il tasso di crescita, made in Cina. Al contrario di alcune economie più evolute, l’obiettivo del Paese asiatico non è innalzare il tasso di crescita come mero numero, ma migliorarne la qualità lavorando sull’equilibrio tra debito e credito e sulla riduzione della leva finanziaria.

In Europa, invece, lo scenario è ancora differente

Tassi di interessi bassi per periodi prolungati hanno permesso ai mercati azionari di continuare la loro apparentemente “irresistibile” corsa.

I principali indici a stelle e strisce, specie dalla seconda metà dello scorso anno, hanno accelerato a rialzo, toccando nuovi massimi.

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Un risultato importante, certo. Ma sempre inferiore a quello americano. Complessivamente, nell’ultimo decennio il Vecchio Continente ha reso il 130% in meno rispetto al mercato Usa”.

I motivi? Ritorniamo a bomba: a causa del ritardo col quale è partita l’azione europea di politica monetaria e di un’incertezza diffusa dovuta alla Brexit. Senza dimenticare la disomogeneità delle economie dei Paesi membri.

La domanda, dunque, sorge spontanea: investimenti e politica monetaria, mercati internazionali e costo del denaro, qual è la strategia migliore per un’economia virtuosa?