La crisi sta colpendo tantissimi settori, anche quelli più ricchi. E’ il caso del petrolio. Il crollo del Wti (il greggio prodotto in Texas, riferimento per il mercato Usa) ha portato i barili a costare addirittura 40 dollari in meno. In questi giorni pare ci siano segnali di ripresa. Ma siamo ancora lontani da valori “decenti”. E allora si sta arrivando al punto del non ritorno: dagli Stati Uniti alla Nigeria, sono sempre di più le compagnie che stanno fermando le trivelle per chiudere le risorse nei giacimenti. In attesa di tempi migliori. I segnali di una crisi dalla quale non si sa quando si potrà uscire sono evidenti. Basti pensare all’ambito finanziario: il Brent è risalito a 20 dollari al barile, dopo essere scivolato fino a 15,98 dollari, il minimo da 21 anni a questa parte. Il Wti ha avuto chiusure che hanno toccato i 14 dollari.

Il lunedì nero del petrolio

E che dire del lunedì nero, quel maledetto 20 aprile con il prezzo del barile di petrolio Wti sceso a un dollaro, con un valore del meno 94% rispetto a pochi giorni prima?  La situazione è ancora più drammatica se si allarga lo sguardo a quanto accade fuori dai mercati finanziari. I produttori spuntano prezzi di 5-10 dollari al barile quasi ovunque nel mondo. In molti casi devono addirittura pagare per farsi portare via il greggio: questo significa prezzi negativi. Nel listino pubblicato da “Plains All American”, una delle maggiori società di oleodotti negli Usa, i greggi a stelle e strisce più cari costavano 6-7 dollari martedì 21 aprile.

Dagli Usa al mondo: i prezzi crollano

Nel resto del mondo la situazione non è poi così tanto diversa, per quanto concerne i benchmark. Un dato su tutti: il Dated Brent – cui fanno riferimento quasi due terzi delle transazioni commerciali – è crollato a 13,24 dollari al barile. Secondo la maggior parte degli analisti, un sostanziale miglioramento si potrà avere solo nel 2021. Lo stesso dicasi per l’Oman-Dubai, su cui sono prezzati molti greggi mediorientali venduti in Asia: il prezzo è calato intorno a 15 dollari. Stiamo parlando di due riferimenti fondamentali, visto che è su benchmark come questi che si applicano i differenziali che determinano il prezzo finale del greggio per le raffinerie.

Una crisi senza via d’uscita

Ormai la crisi è un dato di fatto assodato: il mercato non si risolleverà in fretta. Lo squilibrio tra domanda e offerta è diventato così grande che per la prima volta nella storia tutti i serbatoi di stoccaggio del mondo rischiano di riempirsi fino all’orlo. E l’agonia continua. Molti analisti pensano che anche per il Wti di giugno i prezzi saranno negativi: come fa sapere “Il Sole 24 Ore”, per Paul Sankey di Mizuho Bank, uno dei primi a prevedere un crollo sotto zero, il barile potrebbe addirittura ruzzolare a -100 dollari il prossimo mese.

Il petrolio c’è ma non si vende

Il petrolio c’è, eccome. Ma a certi prezzi, venderlo è una follia. Negli Stati Uniti le scorte di greggio Usa sono salite a 518,6 milioni di barili, vicino al record storico. La situazione è analoga in molte aree geografiche: la capacità residua globale è di 500-600 mb secondo Energy Intelligence Research, ma “non tutta è prontamente accessibile”. E comunque i serbatoi si stanno riempiendo molto in fretta. Se si andrà avanti così, per giugno tutte le cisterne del mondo saranno piene. Ma di consumi, neanche a parlarne. E’ probabile che molte compagnie petrolifere nei prossimi mesi faranno grossi tagli di personale. Una pandemia del petrolio davvero incredibile e dagli esiti tutt’altro che scontati. 

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