Pandemia, crisi economica e Brexit. Un mix di eventi e concause che di certo non stanno facendo il bene del Regno Unito. L’addio all’Unione europea, salutato dai britannici come la panacea di tutti i mali, il toccasana per riemergere dopo anni difficili, sta invece affossando il paese d’Albione.  La verità è che a Londra attualmente la manodopera scarseggia. In settori importanti come l’ospitalità e la ristorazione. Ma anche in ambiti come la manifattura, le costruzioni, gli allevamenti e i trasporti merci, che stanno causando addirittura carenze di prodotti nei supermercati e di materie prime. Come si legge su “Europa Today”, “che sarebbe servito un periodo di assestamento dopo l’uscita dal Mercato unico comunitario era facilmente prevedibile. Ma questo periodo potrebbe durare più a lungo del previsto”.

Brexit e manodopera

A lanciare l’allarme sono le stime pubblicate dalla Confederazione dell’industria britannica: i problemi derivanti dalla carenza di offerta di lavoro potrebbero andare avanti per almeno due anni. Fari puntati anche contro il Governo. Il presidente della Cbi, Tony Danker, non ci è andato giù per il sottile. “Aspettare che la carenza di manodopera si risolva da sé non è il modo di gestire l’economia”. E ancora: “Alcuni ristoratori hanno dovuto scegliere se operare il servizio a pranzo o a cena, quando hanno cercato di sfruttare al meglio l’estate”. La Cbi sostiene che diversi produttori sono stati costretti a ritardare o addirittura annullare il lavoro pianificato perché non erano sicuri di poter assumere la forza lavoro di cui avevano bisogno.

Boris Johnson e l’immigrazione

La verità è che la politica di Boris Johnson ha partorito una riforma dell’immigrazione rigida. In stile australiano, con un sistema a punti, basato sui titoli di studio, lo stipendio e l’esperienza. Tutti requisiti che impediscono a lavoratori come camerieri, agricoltori, muratori e autisti di camion, di ottenere un visto di lavoro. “Solitamente questi lavori non vengono svolti dai britannici, che puntano a impieghi più prestigiosi e meglio remunerati, e per questo sono stati gli immigrati europei per anni a coprire queste posizioni. Con gli italiani, ad esempio, che sono tra i più richiesti nel settore dell’ospitalità e della ristorazione”, spiega Europa Today. Peccato che molti nostri connazionali e altri europei hanno lasciato il Paese lo scorso anno durante il lockdown. In tanti hanno quindi perso il diritto di tornare. Così adesso ristoranti, alberghi, allevamenti, aziende di trasporto merci e diverse altre imprese stanno avendo difficoltà ad assumere personale.

I detenuti al lavoro…

Si tratta di una situazione piuttosto complicata. Come riporta il Financial Times le carenze di manodopera identificate dalla Cbi includono conducenti di carrelli elevatori, addetti alla lavorazione della carne, raccoglitori di frutta e fiori e macellai. Ma anche dipendenti dei magazzini, addetti alle pulizie, chef, impalcatori, falegnami, saldatori, ingegneri elettrici e addetti all’assemblaggio di fabbrica. Il mese scorso la Association of Independent Meat Suppliers, che rappresenta macellai, macelli e trasformatori di carne, ha addirittura lanciato un appello al Governo per utilizzare i detenuti nelle sue fabbriche. Concedendo loro maggiori permessi di lavoro, allo scopo di colmare così le carenze in quelle posizioni che un tempo erano occupate dagli immigrati europei. Già. Ma può essere questa la soluzione definitiva?