Economia italiana in crisi? Imprese che falliscono e chiudono da un giorno all’latro, lasciano per strada migliaia di lavoratori e famiglie? Ne sanno qualcosa in Emilia. Più precisamente, dalle parti di Migliarina di Carpi, nel profondo Modenese. Qui la storica “Goldoni-Arbos”, azienda nata nel 1927 che produce macchine agricole, è ad un passo dal chiudere i battenti. L’ultima spallata ai 220 dipendenti è arrivata pochi giorni fa: i rappresentanti cinesi della proprietà Arbos Lovol hanno comunicato a sorpresa di aver depositato al tribunale di Modena la richiesta di concordato liquidatorio. Una decisione “irragionevole”, secondo le istituzioni regionali. Intanto, il Ministero per lo Sviluppo Economico non si dà per vinto e ha deciso di riconvocare i dirigenti cinesi fra un paio di settimane, per cercare di trovare un accordo. E c’è chi addirittura parla di crisi istituzionale tra Cina e Italia in caso di mancata fumata bianca.

Goldoni-Arbos e un concordato “ibrido”

Ci vanno giù duro i politici di turno. Come l’assessore regionale allo Sviluppo Economico, Vincenzo Colla, che oltre al rischio fallimento lamenta la “mancata risposta sulle sorti di Arbos, il ramo ingegneristico dell’azienda, che solo 10 giorni fa la proprietà cinese assicurava essere strategica”. Già, i tempi sono importanti, in questa vicenda, perché prima dell’incontro con le rappresentanze istituzionali e sindacali, l’azienda cinese aveva diffuso un comunicato nel quale si dice di “aver depositato il 14 settembre 2020, data di scadenza per la presentazione prevista dal Tribunale di Modena, il Piano concordatario relativo alla società”. “Il Piano – prosegue il comunicato stampa – è stato depositato prima dell’incontro indetto dal Mise, previsto per il 18 settembre, perché se Goldoni non avesse rispettato tale scadenza avrebbe rischiato di fallire, alla luce della pendenza di un’istanza di fallimento nei suoi confronti”.

Nessuna garanzia

Sempre dalla nota dell’azienda, si legge che “il piano depositato al Tribunale di Modena è da considerarsi un piano ‘base’, che ipotizza la cessione degli attivi aziendali di Goldoni anche separatamente e non in continuità aziendale. Tale piano, tuttavia, potrebbe costituire il punto di partenza per la realizzazione di un’operazione di cessione di un compendio aziendale omogeneo e in continuità, e in grado di consentire la piena valorizzazione degli attivi Goldoni e del proprio avviamento commerciale, frutto di decenni di attività sul mercato”. Sarà: sta di fatto che nella riunione successiva con il Mise, i dirigenti Lovol, sindaci del territorio e sindacati, non sono arrivate risposte soddisfacenti sul tipo di concordato depositato. E nemmeno garanzie di una continuità lavorativa per i dipendenti.

“Ombre cinesi” in Emilia

Insomma, qualcuno sta bluffando? Ombre cinesi si addensano sulla rigogliosa Emilia. E qualche ammissione, da parte della proprietà di Pechino, arriva addirittura alla stampa locale. La “Gazzetta di Modena” racconta come Lovol si sia impegnata nell’identificazione di un investitore idoneo “alla valorizzazione dell’avviamento di Goldoni e alla prosecuzione della continuità aziendale”. Ricerche, tuttavia, fino ad oggi inutili. Dal momento dell’acquisizione di Goldoni, poi, “l’azionista ha sempre supportato lo sviluppo dell’azienda attraverso investimenti superiori ai 100 milioni di euro”. Ma lo stabilimento di Migliarina sembrerebbe far acqua da tutte le parti. Sempre la Gazzetta riferisce di perdite importanti: nel 2019 circa 20 milioni di euro, il 52% in più rispetto all’anno precedente. A fronte di un fatturato poco oltre i 40, “rendendo impossibile la prosecuzione dell’attività per il Gruppo Lovol”. Chiaro il messaggio. Purtroppo…