La parola Minibot è entrata nel dibattito pubblico durante la campagna elettorale dello scorso anno grazie ad un proposta della Lega, contenuta nel famoso contratto dell’ormai postumo governo gialloverde, in cui veniva messa nero su bianco la possibilità di inserirli nel circuito economico italiano.

L’idea fu’ avanzata in particolare dall’economista leghista Claudio Borghi, attualmente Presidente della Commissione Bilancio della Camera.

Borghi nella sua proposta, proponeva al governo nascente di utilizzare questi titoli per poter pagare i debiti che la pubblica amministrazione italiana ha accumulato nei confronti delle aziende italiane e dei privati cittadini. 

Cosa sono i Minibot?

Per iniziare ad avere un’idea chiara di cosa siano realmente i Minibot, bisogna prima comprendere a cosa ci si riferisce in ambito finanziario quando si parla di Bot.

Bot è infatti una sigla che sta per Buoni Ordinari del Tesoro, e con questa si fa’ riferimento a dei titoli del debito pubblico italiano. Chi acquista un Bot, presta sostanzialmente dei soldi allo Stato Italiano, che dovrà restituirli ad un tasso di interesse inferiore entro un arco temporale che solitamente ha una durata di 3,6 o 12 mesi.

Nella proposta leghista avanzata lo scorso anno, i Minibot si presentavano come una misura pensata per poter ripagare tutti i piccoli imprenditori in difficoltà, che avrebbero avuto così la possibilità di riavere indietro dei crediti arretrati dallo Stato. Chiunque lavori dentro un contesto aziendale, sa purtroppo che a volte possono passare anni prima che la Pubblica Amministrazione ripaghi un imprenditore dei crediti che gli spettano.   

Una misura dunque che, almeno sulla carta, si proponeva l’obiettivo di fornire un supporto concreto al rilancio della nostra economia.

Minibot: come funzionano

Quello che sostanzialmente differenzia i Bot dai Minibot riguarda il fatto che questi ultimi non hanno una scadenza, non sono obbligatori (e questo significa che lo Stato non si ritrova costretto ad emetterli regolarmente come invece accade con i Bot), non garantiscono nessun tipo di interesse a chi li possiede, e possono essere utilizzati esclusivamente per coprire una determinata cifra. 

Ad esempio, nel caso della proposta avanzata da Borghi, non sarebbero comunque utilizzabili per i pagamenti superiori ai 25 mila euro.

L’ultima differenza riguarda il fatto che i Minibot dovrebbero necessariamente avere forma cartacea e non digitale. Una differenza di non poco rilievo, che li renderebbe molto simili per certi aspetti a una sorta di moneta parallela emessa dallo Stato italiano.

Una “moneta di secondo grado”?

Ricapitolando, quando in ambito finanziario si parla di Minibot, ci si riferisce a dei Buoni Ordinari del Tesoro che possono essere emessi esclusivamente in forma cartacea, tramite banconote di piccolo taglio tra i 5 e i 100 euro, privi sia di scadenza che di tasso di interesse.

Questi titoli possono anche essere considerati come delle vere e proprie obbligazioni che possono essere sia vendute che acquistate. In questi termini, i Minibot si configurano, quantomeno da un punto di vista teorico, come una moneta di secondo grado rispetto all’euro, che però può essere utilizzata esclusivamente per ripianare i debiti dello stato nei confronti dei creditori privati italiani (sia aziende che cittadini in attesa di un rimborso fiscale).

Cartolarizzazione del credito

Da un punto di vista prettamente finanziario, si può tranquillamente asserire che con l’attuazione dei Minibot si avvierebbe una vera e propria cartolarizzazione del credito.

Nella proposta di Borghi, i Minibot potrebbero inoltre essere utilizzati per pagare qualsiasi tipo di servizio offerto e detenuto dallo Stato, che si tratti di una tassa o di un rimborso sul biglietto del treno.

In teoria dunque, grazie  all’introduzione di questo strumento, le amministrazioni pubbliche si metterebbero nelle migliori condizioni possibili per ripagare i creditori privati, generando dei benefici che potrebbero portare anche ad un incremento della domanda interna. 

Le critiche degli economisti ai Minibot

Come detto in precedenza, nel caso in cui venissero introdotti, i Minibot sarebbero utilizzati allo scopo di pagare i debiti di imposta, e si configurerebbero dunque come un credito che l’imprenditore vanta nei confronti dello stato.

Il problema però, è che alcuni economisti hanno evidenziato il fatto che una misura del genere potrebbe generare un effetto molto negativo sulle casse dello Stato. L’ipotesi è infatti che l’Erario a quel punto, non riuscirebbe più ad incassare una moneta contante, e si ritroverebbe quindi a veder crescere gradualmente un debito pubblico già molto alto.

L’attuale logica economica che governa l’Unione Europea sconsiglia fortemente una misura economica di questo tipo, in quanto un aumento eccessivo del debito pubblico comporterebbe un costo per i cittadini molto più alto di quello che gli eventuali benefici dei Minibot potrebbero produrre.

Violazione dell’articolo 128 del Tfue 

Superata una certa soglia infatti, secondo molti economisti, sarebbe inevitabile a un certo punto dover ricorrere ad una nuova spending review, o nell’ipotesi peggiore, a un nuovo piano di tagli ai servizi pubblici come ad esempio l’istruzione, la sanità o il sistema pensionistico.

D’altronde, fu’ proprio l’ex Ministro all’Economia, Giovanni Tria, a pronunciarsi negativamente contro questa soluzione. Tria in più occasioni infatti, si dichiarò contrario allo loro introduzione in virtù del fatto che si sarebbe trattato di uno strumento che non avrebbe aiutato il Paese nel suo percorso di ripresa economica.

Un’altro dei rischi più temuti è che, data la peculiare natura, e in particolare il fatto che dovrebbero necessariamente essere cartacei e non digitali, i Minibot, al momento della loro introduzione, rischierebbero di imporsi come una vera e propria moneta alternativa all’euro.

Un aspetto non trascurabile, considerando che questa ipotesi è espressamente vietata dall’articolo 128 del Tfue (Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea).

In una critica posta dallo stesso Giancarlo Giorgetti, membro del board leghista, il rischio sarebbe quello che nel medio termine i Minibot finirebbero per affiancare illegalmente l’euro.

Critiche al meccanismo di utilizzo

Se da un lato è vero che i Minibot, al momento della loro emissione, finirebbero con il possedere un valore economico preciso, consentendo dunque alla pubblica amministrazione di stampare denaro sotto forma di titoli di stato, dall’altro non sarebbe comunque possibile pagare alcune spese che risulterebbero comunque essenziali alla sopravvivenza di un’impresa.

Uno degli esempi più utilizzati in merito, mette in evidenza come un imprenditore non potrebbe comunque utilizzarli per pagare i suoi fornitori e non potrebbe nemmeno convertirli in una valuta legale allo scopo di pagare i suoi dipendenti. .

Le difesa dei promotori

Durante questi ultimi due anni, Borghi ed altri economisti che sostengono fortemente questo strumento, hanno provato a rispondere a questo genere di critiche.  

La loro tesi si basa sul fatto che grazie all’utilizzo dei Minibot, si potrebbe generare un consistente incremento della domanda interna, dovuto principalmente alle nuove risorse economiche che imprenditori e privati cittadini si ritroverebbero a disposizione.  

Questo, proprio in virtù del fatto che, a differenza di come sostengono alcuni economisti tra cui l’ex Presidente della Banca Centrale Mario Draghi, i Minibot sarebbero spendibili in tutti i beni ed i servizi gestiti dallo Stato, e non si configurerebbero come una moneta parallela all’euro, in quanto non potrebbero comunque essere spesi per acquistare beni e servizi dal settore privato.