Rincaro dei materiali, crisi economica, difficoltà dovute alla pandemia. Insomma, il sistema economico internazionale sta scontando una situazione impossibile da immaginare solo un paio di anni fa. Seppur in leggera ripresa, il mercato non se la passa certo bene. Tra i tanti settori in sofferenza, ecco quello automobilistico. Anche perché nelle ultime settimane la situazione è peggiorata in maniera repentina a causa delle notevoli difficoltà nel reperimento delle forniture di semiconduttori. I cosiddetti “microchip”. A confermarlo, i dati resi noti dalla società di consulenza AlixPartners. I tecnici hanno rivisto al rialzo, anche di parecchio, le stime sulle perdite di fatturato legate alla crisi dei chip. Le attuali carenze potrebbero costare ai costruttori 210 miliardi di dollari di ricavi. Stiamo parlando di circa 180 miliardi di euro al cambio attuale, oltre il 7,5% dei 2.755 miliardi incassati complessivamente nel 2020 dal comparto.

L’importanza dei microchip nell’automotive

Per farvi un’idea dell’importanza dei chip in una macchina, basti pensare che la crisi sta costringendo le aziende a una serie di blocchi temporanei della produzione. Stop decisi dai principali brand automobilistici, come Stellantis, Volkswagen, BMW, Toyota e Ford. Insomma, si tratta di componenti fondamentali. Come rivelano i dati forniti da Volkswagen, soltanto nella VW Golf sono presenti fino a 70 microchip. Considerando il livello produttivo del 2020, in un anno appena per la Golf vengono utilizzati 3,4 miliardi di semiconduttori. In un’auto convenzionale i microchip servono per: il funzionamento di servosterzo; sensori radar; airbag; luci; convertitori; climatizzatore; controllo della trasmissione; tergicristalli.

Un 2021 in sofferenza

Le previsioni del mercato sono negative. A inizio anno erano state messe in preventivo perdite di fatturato per 60,6 miliardi di dollari (circa 52 miliardi di euro). A maggio erano già salite a 110 miliardi di dollari (poco più di 90 miliardi di euro). Gli esperti di AlixPartners hanno anche tagliato le loro stime sul fronte dei volumi produttivi: il 2021 si chiuderà con la perdita di 7,7 milioni di veicoli, quasi il doppio rispetto ai 3,9 milioni previsti quattro mesi fa. La situazione è critica: la Toyota, che tra tutti i costruttori è stata in grado di limitare al meglio l’impatto della crisi dei semiconduttori, ha annunciato una riduzione del 40% dei volumi attesi per il mese di settembre. Anche per questo motivo e per includere la perdita di 7,4 milioni di veicoli nei primi nove mesi dell’anno, la scorsa settimana IHS Markit ha effettuato un taglio sulle prospettive per l’intero settore per il 2021, il 2022 e perfino il 2023.

Difficoltà produttive

A spiegare i motivi di una crisi così profonda ci pensa Mark Wakefield, corresponsabile del settore automobilistico di AlixPartners: “Eventi sfortunati come i lockdown per il Coronavirus in Malesia e i continui problemi in altre parti del mondo hanno esacerbato la situazione”. Ma non basta: i costruttori stanno affrontando anche altre difficoltà produttive. Mancano materie prime, resine speciali, acciaio e, perfino, manodopera in alcuni Paesi. “Nel settore automobilistico, non ci sono più ammortizzatori in grado di assorbire gli shock quando si tratta di attività produttive o approvvigionamento dei materiali – spiega il managing partner Dan Hearsch -. In sostanza, la carenza o l’interruzione della produzione in qualsiasi parte del mondo colpisce le aziende di tutto il mondo e gli impatti sono ora amplificati da tutte le altre difficoltà”.