Continua ad aumentare il prezzo del cibo. Il picco degli ultimi sei anni è stato raggiunto lo scorso dicembre. E le prime previsioni per il 2021 stimano che il trend non accennerà a diminuire. E’ evidente che una situazione così descritta potrà avere ripercussioni sul sistema economico e finanziario internazionale. Ma non è tutto: secondo la FAO, l’organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura, l’inflazione alimentare rischia di mettere in ginocchio i Paesi con un potere d’acquisto ridotto, già fiaccati dieci anni fa dall’aumento del prezzo delle commodity agricole.

Il prezzo del cibo

I prezzi alimentari mondiali sono aumentati per il settimo mese consecutivo a dicembre. Guidati dai prodotti lattiero-caseari e dagli oli vegetali, secondo quanto riferito oggi dall’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura. L’indice dei prezzi alimentari della FAO ha registrato una media di 107,5 punti a dicembre, il 2,2% in più rispetto a novembre. Nel corso dell’intero 2020, l’indice di riferimento, che tiene traccia delle variazioni mensili dei prezzi internazionali delle materie prime alimentari comunemente scambiate, ha registrato una media di 97,9 punti. Con un aumento del 3,1% rispetto al 2019, sebbene ancora più del 25% al ​​di sotto del suo storico picco del 2011.

La lotta dei Paesi poveri

Chi ne risentirà maggiormente? Soprattutto quei “consumatori che negli ultimi dodici mesi hanno visto il loro reddito contrarsi a causa delle misure restrittive tese a contenere la diffusione del virus”, spiegano i responsabili FAO. Ma anche – ovviamente – i Paesi che sono tradizionalmente esposti alla scarsità di cibo. Ma l’aumento del prezzo dei prodotti alimentari minaccia soprattutto di allargare ulteriormente le cinghie dell’inflazione. Un effetto domino, che potrebbe ridurre le probabilità di ulteriori interventi delle banche centrali in favore dell’economia. Ecco perché tutti i dati statistici sono propensi a disegnare un 2021 ancora difficile. “Il prezzo del mais e della soia ha raggiunto le quote più elevate dal 2015 a causa della siccità che minaccia le colture in Sud America” sentenzia la FAO. Mentre le misure protezionistiche, soprattutto in Argentina, dove i contadini protestano per il divieto di esportazione del mais, continueranno ad alimentare il rialzo dei prezzi.

Spiragli di ottimismo

Nonostante la crisi, non si dovrebbero raggiungere i picchi drammatici del triennio 2008-2011. Tim Benton, direttore della Chatham House di Londra, centro studi di politica internazionale tra i più accreditati al mondo, sentenzia: “Sono sicuro del fatto che l’attuale situazione non porterà agli stravolgimenti di dieci anni fa”. Forte l’impegno, in questo ambito, proprio della FAO. Dalla sede di Roma fanno sapere che “Il programma di risposta e recupero Covid-19 ha attirato fino ad oggi quasi 200 milioni di dollari di finanziamenti. Altri 200 milioni di dollari sono stati raccolti dalla FAO per aiutare i paesi colpiti a combattere la piaga delle locuste del deserto. Il crescente portafoglio del Fondo verde per il clima della FAO è ora composto da 13 progetti per un importo di 793 milioni di dollari in finanziamenti che aiutano le nazioni ad affrontare la crisi climatica”.