La crisi del sistema bancario e il caso italiano. La risposta europea alle difficoltà e l’approccio nazionale troppo basato sugli aiuti statali.

La vicenda della Banca Popolare di Bari si innesca su una crisi del sistema creditizio che sembra trovare la propria origine nella crisi dei debiti sovrani del 2011-2012. Ma per risalire alle cause di questo rincorrersi di fallimenti bancari occorre analizzare quali sono i limiti e i punti di forza della normativa e come gli organismi di vigilanza possono prevenire le crisi.

All’indomani del fallimento Lehman Brothers, la politica italiana costruì una retorica sul “sistema bancario più solido del mondo” solo perché le banche italiane sembravano ancorate ad una politica commerciale tradizionale non inquinata da costruzioni di ingegneria finanziaria.

La mitologia del Glass-Steagall Act ha pervaso per anni il dibattito su come evitare il ripetersi dei default di quegli anni. Eppure anche con una separazione più netta fra attività commerciali e attività finanziarie, in Italia abbiamo avuto in poco tempo le crisi di MPS, Banca Marche, Banca Etruria, Cari Ferrara, Cari Chieti, Banca Popolare di Vicenza, Veneto Banca, Carige e ora l’istituto Barese. Nove crisi in poco più di 7 anni, cui si aggiungono una ottantina di interventi commissariali, non sono indice di un sistema creditizio in salute.

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1° problema della Crisi del Sistema Bancario

Il primo problema, di cui si è occupata la BCE durante la recessione, è stato quello di garantire alle banche comunitarie un sistema di accesso facile e a buon mercato ai capitali attraverso il LTRO e il TLTRO; sistema di rifinanziamento a lungo termine che aveva lo scopo di rinforzare il capitale di garanzia attraverso l’acquisto e messa a riserva di titoli con elevata seniority. Si favoriva in pratica, attraverso dei prestiti erogati nell’ambito di una politica monetaria accomodante, il rafforzamento del capitale al fine di ricostruire i margini per una ripresa degli impieghi.

2° problema della Crisi del Sistema Bancario

Il secondo problema è stato quello di evitare, laddove possibile, un intervento di salvataggio pubblico per le banche in crisi in modo da evitare un appesantimento dei conti pubblici. La BRRD prevede che ad assorbire le perdite derivanti da una crisi bancaria siano in primo luogo gli azionisti e poi, per grado di seniority, gli obbligazionisti.

3° problema della Crisi del Sistema Bancario

Il terzo problema è stato quello di fissare criteri più stringenti, e differenziati per dimensioni dell’istituto di credito, per la costituzione dei requisiti minimi di garanzia. I nuovi requisiti, determinati dalla MREL e dalla TLAC, sono complementari alla BRRD e stabiliscono quali sono i margini di garanzia e quali strumenti sono in grado di assorbire le eventuali perdite in caso di crisi. I requisiti previsti dalla TLAC, avendo ad oggetto le banche sistemiche e che quindi possono innescare un rischio contagio, sono più onerosi.

Una volta completato il quadro normativo, l’Eurosistema demanda alle banche centrali i compiti di vigilanza.

L’Italia “mutualizza” lo stato di crisi e così aumenta il rischio contagio

Una differenza che salta all’occhio fra vigilanza americana e vigilanza europea è che in USA l’obiettivo principale è l’isolamento dello stato di crisi di un istituto in modo da rendere più remoto possibile l’effetto contagio. Isolamento che passa anche, se non soprattutto, attraverso una repentina riclassificazione delle sofferenze.

In Europa invece, e in Italia in modo particolare, l’intermediazione politica (intrinsecamente connessa agli interessi particolari, di categoria e al board dell’authority) rende sistematicamente più lenti questi processi con l’effetto di “mutualizzare” lo stato di crisi e aumentare il rischio contagio.

O, come nel caso di Popolare di Bari, di favorire attraverso un prestito di 330 milioni di euro erogato tramite il FITD  l’acquisto di un piccolo istituto in crisi come Tercas che ha definitivamente fatto saltare il precario equilibrio in cui versava l’istituto di Jacobini.

Conclude Costantino De Blasi, partner Valorimpresa

“La narrativa italiana in tema di banche si basa su 3 assunti: ‘piccolo è bello’; la banca deve essere vicina al territorio; la normativa dell’eurozona (bail in in primis) è pensata per sfavorire il nostro sistema creditizio. Tutte e 3 le affermazioni sono errate. Non si può fare credito alle famiglie e alle imprese se la banca non ha capitali sufficienti ad erogare e se questi capitali non sono in grado di assorbire le sofferenze; la vicinanza col territorio può rappresentare un valore aggiunto solo se il management della banca ha a cuore l’equilibrio contabile dell’istituto di credito; non esiste alcuna peculiarità italiana che rende favorevole o sfavorevole una normativa rispetto alla sua applicazione in Francia o Germania”.

“Il percorso di costruzione dell’unificazione bancaria è lontano dall’essere completato ma almeno è stato intrapreso. A restare indietro invece sono i nostri istituti di credito, arroccati in una difesa strenua delle proprie inefficienze con il benevolo occhio, socchiuso, della Banca d’Italia”, argomenta De Blasi.