Dal 2015, qualsiasi ricerca condotta in merito all’invecchiamento e alla natalità della popolazione italiana, ha prodotti dei dati che evidenziano in maniera indiscutibile come ci troviamo di fronte a quella che è forse la più grande flessione demografica mai vissuta dal nostro paese.

Nel 2018, l’indice di vecchiaia della popolazione italiana ha infatti raggiunto un record storico. Per ogni 100 giovani italiani residenti nel nostro paese, esistono infatti 173 anziani. Un dato altissimo, che che si pone come quello più alto in tutta Europa, e secondo al mondo soltanto al Giappone.

Invecchiamento demografico della popolazione: il rapporto del Censis 

Il 53esimo rapporto redatto dal Censis nel 2019, evidenzia come a partire dal 2015 si registrano più di 436 mila cittadini in meno, a fronte di un aumento della popolazione straniera pari a 241 mila unità.

Rispetto al 2017 inoltre, si sono avute più di 18 mila nascite in meno del nostro paese. Indicativo poi, il fatto che i figli nati da genitori stranieri, che dall’inizio del fenomeno dell’immigrazione hanno prodotto una natalità superiore rispetto a quella dei cittadini italiani, siano stati più di 12 mila in meno rispetto a soli cinque anni fa’.

Per il Censis inoltre, questa drastica flessione delle nascite è strettamente correlata all’invecchiamento della popolazione. 

Questo squilibrio demografico incide profondamente sul nostro welfare.

Nonostante infatti, il livello di salute dei cittadini italiani subisca ogni anni dei significativi miglioramenti riguardo la qualità e l’aspettativa di vita, già oggi più del 20 per cento delle persone con più di 64 anni, non sono autosufficienti e sono dunque soggette alle cure dello Stato.

Il problema delle nascite

Mai come nel 2018 dunque, il tasso di natalità della popolazione italiana è stato così basso, raggiungendo il minimo storico di 440 mila nascite. Il nostro paese dunque soffre di vecchiaia senza che vi sia un adeguato ricambio generazionale.

Un articolo pubblicato sul sito The Local, riporta come oggi una delle maggiori criticità che hanno portato ad una così bassa natalità in Italia, riguarda il fatto che le donne non si sentono minimamente supportate dallo Stato nel momento in cui decidono di diventare madri.

Queste infatti, si ritrovano spesso in contesti lavorativi ostili, dove una gravidanza rischia di minare il rapporto di lavoro.

Silver Economy: un’economia dedicata agli anziani

Bisogna precisare che un recente rapporto redatto dal Centro Studi di Confindustria, ha sottolineato come nonostante la spesa pubblica risenta particolarmente dell’invecchiamento demografico del nostro paese, esistono altri aspetti economici complessivi da valutare.

Se da un lato infatti la flessione demografica in corso danneggia la nostra economia sotto molti aspetti, bisogna considerare che l’economia della terza età, denominata anche Silver Economy, porta con sè una domanda potenziale significativa nel nostro Pil.

Questa domanda, si traduce in nuovi posti di lavoro dedicati alla cura della persona.

Attualmente infatti, la domanda che riguarda i servizi di assistenza e cura della persona, genera oltre un milione e mezzo di posti di lavoro. Un dato diviso tra badanti, personale domestico e personale sanitario.

Gli over 65, possiedono poi un consumo pro-capite molto elevato di circa 15 mila euro, a fronte dei 12 mila di chi ha un’età inferiore ai 35 anni. Un dato molto rilevante, in quanto la domanda economica generata dunque da questa fascia della popolazione raggiunge infatti la quota di circa 200 miliardi di euro.  Una cifra che corrisponde a un quinto dei consumi complessivi delle famiglie in Italia.

Sempre il Centro Studi di Confindustria, stima inoltre che entro il 2050, questa domanda è destinata ad aumentare di circa il 30 per cento.  Non è un caso infatti, se diverse imprese in Italia stanno riconvertendo il loro core business con la creazione di nuovi prodotti e servizi dedicati specificatamente a questa fascia della popolazione.

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La soluzione Finlandese

Il nodo della questione riguarda in realtà il fatto di “invecchiare bene”, e va anche detto che nel nostro paese la situazione è abbastanza positiva sotto questo aspetto.

Oggi infatti un 65enne ha di fronte a sé nove anni di aspettativa di vita in più rispetto al passato.

Confindustria sostiene inoltre ormai da tempo che affinchè si possa supportare e tutelare adeguatamente la fascia più anziana della popolazione, bisogna necessariamente attuare una politica attiva del lavoro. Questo al fine di incrementare il tasso di occupazione, tenendo in conto le dinamiche prodotte dallo squilibrio demografico del nostro paese.

Un discorso che riguarda anche la gestione del sistema pensionistico.

Molti esperti economisti sostengono infatti che se da un lato una maggiore occupazione innalza il numero nei versamenti contributivi, questa mossa da sola non può bastare senza un adeguato innalzamento dell’età pensionabile per coloro che sono prossimi ad entrare in pensione.

Questo è anche il ragionamento intrapreso dagli economisti della Finlandia, un paese che si ritrova in una situazione simile a quella italiana.

Da anni infatti, diversi esperti finlandesi sostengono che, considerato l’innalzamento della qualità della vita nell’intero mondo occidentale, sarebbe necessario rivedere il concetto e la soglia di vecchiaia. Consequenzialmente di età pensionabile, che potrebbe iniziare una volta raggiunti gli 80 anni.

Questo permetterebbe di aumentare la quota dei lavoratori attivi nel nostro paese. Va detto che molti lavori che coinvolgono attualmente la fascia più anziana della popolazione, non ancora in pensione, possiedono un grado di usura molto consistente.

Per fare un esempio pratico, un cittadino italiano potrebbe davvero fare il meccanico o il muratore fino al suo ottantesimo anno di età?

Istat: sei milioni e mezzo in meno di abitanti entro il 2045

In ogni caso, una soluzione al problema demografico del nostro paese va comunque trovata al più presto.

L’Istat prevede infatti che entro il 2065 la popolazione italiana diminuirà di circa sei milioni e mezzo di abitanti.

Un trend destinato inoltre a peggiorare, e che porta ancora di più la politica economica italiana d un bivio. Questo anche perchè il progressivo spopolamento del Sud-Italia produrrà squilibri economici ancora maggiori rispetto a quelli presenti.

Oltretutto, sempre secondo l’Istat, risulta praticamente impossibile che nel Mezzogiorno il trend possa invertirsi in favore di un aumento della natalità e della popolazione.

Lo scenario economico futuro non è positivo nemmeno per il Nord Italia. L’Istat infatti evidenzia come a partire dal 2045, il popolamento del centro-nord si arresterà bruscamente, per non crescere più per almeno 30 anni.