Le piccole e medie imprese sul territorio italiano, che hanno registrato un fatturato inferiore ai 5 milioni di euro, si sono ritrovate a pagare complessivamente più tasse dei colossi big tech in Italia.

Un dato abnorme, e impossibile da trascurare, che non può che far riflettere sul sistema di tassazione che il nostro paese riserva alle multinazionali. A pubblicare questo studio è stata la Cgia. Nel report dell’associazione viene infatti spiegato come il giro di affari in Italia delle web company si attesta intorno a 7,8 miliardi di euro. A questo va aggiunta una forza lavoro complessiva che supera le 11 mila persone. 

In questi 15 mesi le multinazionali del web in Italia hanno aumentato ulteriormente i ricavi

A fronte di questi numeri, le tasse versate però ammontano soltanto a 154 milioni di euro. Una cifra che stride enormemente rispetto ai 21 miliardi di euro che Partite Iva e piccoli commercianti si sono ritrovati a versare nelle casse del fisco italiano. Per questi motivi la Cgia parla di uno squilibrio iniquo ed abnorme. Divario che oltretutto, la pandemia di coronavirus ha allargato ulteriormente. Anche perché “grazie al boom del commercio elettronico, ad esempio, in questi ultimi 15 mesi le multinazionali del web presenti in Italia hanno aumentato ulteriormente i ricavi”. Le piccole e medie imprese, che complessivamente hanno pagato tasse per un importo 140 volte superiore. Con l’aggravante che negli ultimi mesi si sono invece ritrovate a scontare un pesantissimo calo del fatturato a causa delle misure restrittive per contenere l’epidemia.  

Le PMI pagano il doppio delle tasse rispetto ai giganti del web

Ritorna dunque un dilemma che il capitalismo degli ultimi 20 anni ha ormai reso sistemico.  È semplicemente assurdo infatti pensare che una multinazionale riesca a pagare meno rispetto a una piccola attività.

Eppure, questa è semplicemente la realtà dei fatti, che nel nuovo report dell’associazione, trova una nuova e preoccupante conferma. Entrando più nel dettaglio, nello studio viene mostrato come attualmente, la pressione fiscale delle web company nel nostro paese si attesta al 32 per cento. Dunque, circa la metà di quel 60 per cento di carico fiscale che si sobbarcano invece le piccole e medie imprese. La Cgia però non chiede che un innalzamento del carico fiscale ai colossi big tech. Piuttosto pone l’accento sul fatto, che alla base di questa rilevazione, che mostra in modo plastico l’ingiustizia fiscale che scontano le piccole attività, vi sia la presa di coscienza che è ormai necessario “abbassare drasticamente il peso delle tasse sulle piccole attività che, ancora oggi, rimane su livelli insopportabili”.  

Per i colossi tech esiste anche un problema di trasparenza fiscale

Detto questo, non si può nemmeno trascurare come la maggior parte delle società e start up tecnologiche del nostro paese si avvalga di “una mancata trasparenza fiscale”.  La stessa Cgia sottolinea però in seguito positivamente l’accordo recentemente approvato tra Parlamento e Consiglio europeo. Questo infatti obbliga le multinazionali che operano nel vecchio continente a rendere pubblici tutti gli importi versati ai singoli stati in cui operano in tasse. Il problema però non riguarda soltanto le multinazionali straniere che operano nel nostro paese approfittando di una fiscalità agevolata che invece non viene concessa alle piccole e medie PMI italiane.

La Cgia infatti spiega che negli ultimi anni “anche alcuni grandi player italiani hanno trasferito la sede fiscale o quella legale, magari solo di una consociata, all’estero, dove è possibile beneficiare sia di una legislazione societaria molto favorevole sia, eventualmente, di un trattamento tributario alquanto generosi”. 

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Operazioni regolari e consentite dalla legge, ma che però stanno condannando alle estinzione le piccole realtà imprenditoriale del nostro paese. Difficile infatti competere con chi ha più mezzi e si ritrova a pagare la metà delle tasse rispetto a una piccola attività. Anche perché parliamo di aziende che, a differenza delle grandi aziende, non hanno la possibilità di lasciare armi e bagagli e trasferirsi altrove”.