In periodo di post pandemia, post lockdown e paura di una nuova emergenza mondiale, la parola d’ordine preferita dai paesi più importanti del mondo sembra essere solo una: indebitamento. A confermarlo, un recente studio condotto da Deutsche Bank sull’argomento, che ha preso in esame la striscia storica delle medie di ratio debito/Pil per 11 economie avanzate, fra cui anche l’Italia. Una comparazione effettuata con le proiezioni dell’Fmi riguardo le traiettorie future. Insomma, la tendenza appare chiara: da un lato, il crollo generalizzato del Pil. Dall’altro, una spirale di indebitamento che coinvolge le economie più avanzate, dagli USA alla Germania; dall’Australia sino al Giappone. Stiamo assistendo ad una “deviazione degli standard” che potrebbe influire in maniera devastante sui conti pubblici delle principali nazioni. Ad allarme sanitario terminato.

La contrapposizione USA-Cina

Eppure, gli analisti lo definiscono il “debito buono”. Utile per garantire sussidi, redditi, compensazioni per le crescenti disuguaglianze. E proprio su questo fronte si sta riaprendo un duro scontro tra gli Stati Uniti e la Cina. Il motivo? Sempre lo stesso: la leadership economico-finanziaria del pianeta. Andiamo con ordine e partiamo da Washington: attualmente il deficit di budget ha toccato la quota record di 3 mila miliardi di dollari. Ma non solo: su base annua e con ancora un mese prima della fine dell’anno fiscale 2020, gli Usa hanno speso 6,054 trilioni di dollari e incassato 3,048 trilioni. Insomma, una situazione che non può certo durare a lungo. Come in ogni budget famigliare: se si spende il doppio di quanto si incassa, è molto facile andare gambe all’aria. Eppure, il Governo americano non sembra accusare il colpo: da un lato bisogna affrontare l’emergenza. Dall’altro, aiutare i più deboli. Un claim particolarmente gradito, specialmente in tempi di campagna elettorale…

Il “saber-rattling” cinese

Dall’altra parte del mondo, ecco la Cina. Che pare sempre più orientata a riprendersi l’egemonia economica a livello planetario. I numeri parlano chiaro: dal Pil al 4% negli anni ’60, oggi Pechino può di nuovo contare su un solido 16%. Ecco perché tecnici e professionisti della Finanza sono pronti a scommetterci: il gap economico fra Cina e Usa non esiste più. Ma siamo solo all’inizio di una “guerra fredda” che si giocherà a colpi di scena, strategie e colpi proibiti. Forte dei suoi 1,07 trilioni di Treasuries statunitensi in detenzione, la Cina ha cominciato quella che in gergo anglosassone viene definita “saber-rattling”. Come ha spiegato alla Reuters Xi Junyang, professore alla Shanghai University of Finance and Economics, “La Cina potrebbe far calare le sue detenzioni di debito statunitensi fino a circa 800 miliardi di dollari di controvalore”.

Dall’affaire TikTok al cobalto…

La risposta a stelle e strisce non si è fatta attendere. E sempre più aspra. Prima l’affaire TikTok, poi l’attacco diretto di Donald Trump al settore strategico dei semiconduttori cinesi. E intanto dalle parti della Muraglia non stanno a guardare. Nel piano quinquennale 2021-2025 per l’aumento strutturale delle riserve strategiche di Stato, si parla espressamente di “peggioramento delle tensioni geopolitiche”. Alla base della strategia c’è la National Food and Strategic Reserves Adiministration, vero motore immobile del gigantismo cinese: l’autority la scorsa primavera ha dato via libera a un piano di acquisto per oltre 2.000 tonnellate di cobalto. La domanda è: perché? Perché Pechino sarebbe pronta a usare in massa le sue preziose riserve in dollari? Forse, proprio per cautelarsi contro la minaccia statunitense di colpire il sistema finanziario del Dragone. Sarà. Intanto, siamo in fervida attesa della prossima mossa, da una parte o dall’altra. Ne vedremo ancora delle belle.