Sembrano essere ormai tramontati i tempi in cui il “biglietto verde” brillava quasi accecante rispetto alle povere monete europee. Oggi il dollaro americano sta risentendo della crisi internazionale e al tasso di cambio con l’euro deve pagare pegno. È sufficiente dare un rapido sguardo al grafico dell’andamento del tasso di cambio: se nel maggio del 2020 l’euro-dollaro viaggiava poco sopra quota 1,07, il 18 agosto si muove appena sotto 1,2. Ora, le domande che pone un trend del genere sono parecchie. E non sempre con risposte facili. Innanzitutto, tale andamento rispecchia la forza dell’euro o è frutto della debolezza del dollaro? Quali potrebbero essere le conseguenze per la Borsa a livello internazionale? Ma soprattutto: quanto durerà lo stallo del dollaro USA?

Il dollaro calante

Il malato è grave, dicono gli analisti di mezzo mondo. Una recente nota del Credit Suisse parlava di “Dollaro Usa: l’inizio di un mercato ‘orso’ di lungo termine e i relativi impatti”. In altri termini, gli esperti della banca d’affari svizzera pensano che quanto visto sinora sia solo l’antipasto di una fase di debolezza della valuta americana destinata a durare parecchio. Se per gli svizzeri la crisi di protrarrà “dai nove ai dieci anni”, Peter Kinsella, Global Head of Forex Strategy di Union Bancaire Privée (UBP), si spinge poco più in là, preventivando un tasso di cambio eur/usd a 1,14 entro la fine dell’anno. La ripresa economica globale dovrebbe garantire una flessione nell’andamento del biglietto verde a favore dell’euro e delle monete dei paesi emergenti.

Ed è solo l’inizio

Sono diversi gli indizi che vedono un indebolimento della moneta a stelle e strisce di lunga durata. A cominciare da una difficile situazione fiscale degli Stati Uniti, peggiorata anche a causa del Covid-19. Una posizione molto più critica rispetto alla zona euro. Senza dimenticare, poi, l’impegno della Fed a un “Quantitative easing”, ossia un programma di acquisto di titoli, che si prospetta illimitato. Ancora, il Credit Suisse ricorda la “mancanza di una risposta politica per arrestare la debolezza del dollaro” e la considerazione che il Recovery fund europeo, insieme alle altre misure messe in campo, “stabilisca l’euro come valuta di riserva”. A tal proposito, dalla Svizzera rimarcano che attualmente il 20% delle riserve valutarie globali è denominato in euro, rispetto al 29% del 2009, mentre il 62% in dollari.

Troppo pessimismo…

Ma non tutti la pensano così. Secondo gli esperti di “Bluerating”, casa editrice specializzata nell’informazione finanziaria sul personal business e sul risparmio gestito, la crisi del dollaro sembra essere figlia di una “normale dinamica dovuta a fattori contingenti”. Non bisogna dimenticare che si sta pur sempre parlando degli Stati Uniti d’America. Nei momenti bui, al di là dell’Oceano sanno tirare fuori risorse inaspettate… Anche perché l’economia americana ha mostrato molta resilienza e probabilmente si avvia verso una ripresa più veloce nel 2021. Un andamento che compenserebbe gradualmente l’indebolimento del biglietto verde nel medio termine.

Non tutti i mali vengono per nuocere

Secondo “Bluerating”, il dollaro rimane la valuta di riserva. Non esiste alternativa e “non vediamo alle porte un posizionamento significativo del biglietto verde nei confronti dell’euro”. Bisogna comunque ricordare che il dollaro storicamente è stato molto valutato negli ultimi anni e che un riposizionamento verso un cambio più favorevole all’euro non sarebbe innaturale. Anzi, “potrebbe essere in un certo senso auspicato anche dall’amministrazione Usa” che, in passato, si è espressamente detta favorevole a una svalutazione del dollaro. Proprio per “favorire la competitività delle sue aziende e riequilibrare la bilancia commerciale”. Insomma, dove sta la verità? Come sempre, nel mezzo. Intanto, ora il dollaro soffre. Il futuro è tutto da scoprire.