L’Italia non smette di indebitarsi. 

L’ultima rilevazione condotta dalla Banca d’Italia ha infatti dimostrato come soltanto nel mese di Marzo, il debito pubblico italiano abbia subito un incremento pari a 2.651 miliardi di euro.  Una cifra oltretutto composta quasi esclusivamente da titoli di stato. 

Eppure, nessun analista finanziario sembra essere preoccupato della sostenibilità del debito del nostro paese. Basti solo pensare che nel mese preso in considerazione dalla Banca d’Italia, nonostante questa abnorme crescita, lo spread tra i titoli italiani e quelli tedeschi è rimasto perennemente sotto quota 100.  

Una situazione che non può che destare curiosità, considerato che in altri momenti storici, in cui l’indebitamento italiano era molto più basso, vi era quasi un’isteria da parte dell’Unione Europea e delle agenzie di rating, per porre rimedio a questa crescita esasperata del nostro debito mediante un’unica soluzione: il taglio progressivo della spesa pubblica.

Tesi oltretutto ribadita più volte dai vertici dell’Unione Europea nell’ambito dell’ormai prossima riforma del sistema previdenziale italiano. Già alcuni mesi fa infatti, l’Ue ha rilevato come sia necessario e vincolante per l’erogazioni di alcuni fondi europei, un taglio netto agli assegni pensionistici del nostro paese a causa dell’insostenibilità dell’intero sistema. Insostenibilità che per l’appunto, è dettata in primo luogo  da un indebitamento troppo alto che che rischia di segnare per sempre, o quantomeno così recita una certa retorica ordoliberista, il futuro delle giovani generazioni. 

In realtà, circa un anno fa, con un comunicato destinato a restare nella storia bancaria e politica del nostro paese, era stato Erik Nielsen, capoeconomista di Unicredit a scrivere al governo sul tema.

Una lettera in cui ammoniva l’esecutivo, allora guidato dal premier Conte, a non tenere in troppa considerazione il debito italiano in relazione allo stato finanziario del nostro paese

La vera criticità infatti non era la sua sostenibilità, quanto piuttosto il giudizio delle agenzie di rating. 

“Il debito sovrano italiano è perfettamente sostenibile e, se anche gli investitori stranieri se ne andassero, famiglie e società non finanziarie hanno risparmi più che sufficienti per intervenire e aumentare ulteriormente le loro già consistenti partecipazioni”.

Nielsen spiegò infatti, con un interessante quanto ostico parallelo con il Giappone, come un elevato debito non generi necessariamente come diretta conseguenza una situazione di probabile dissesto finanziario nel medio termine. A patto naturalmente che il debito suddetto rimanga, con alte percentuali ( il 66 per cento del debito italiano è in mano ai cittadini italiani), sotto il controllo dello stato e non degli investitori stranieri. 

Sono tanti gli economisti che si sono sempre ribellati al paragone tra Italia e Giappone in relazione alla sostenibilità del debito pubblico. Si sostiene infatti che sì, il Giappone ha un debito pubblico spaventoso per i nostri standard, ma si tratta di un accostamento fuorviante. Troppo diversi i fondamenti economici su cui poggiano le due nazioni. Una tesi sicuramente meritevole di attenzione, anche se va considerato che parliamo comunque di sistemi macroeconomici che seppur molto diversi tra loro, poggiano su principi abbastanza simili.

Non è questa la sede per approfondire ma entrambi ad esempio, utilizzano una moneta fiduciaria, che non trova corrispettivi ad assicurarne il valore. E trovarsi in un sistema cartalista, fa tutta la differenza del mondo quando parliamo di che cos’è debito pubblico.

Il debito pubblico italiano non smette di salire, eppure lo spread resta sotto quota 100. Perché?

Un ruolo importante nel contenimento di questa situazione, lo hanno sicuramente avuto i bassi tassi di interessi imposti dalla Banca Centrale Europea. Questi infatti sono ormai da anni prossimi allo zero, con diversi titoli di stato europei che hanno registrato addirittura rendimenti sotto lo zero. E questo è, probabilmente, il motivo principale per cui lo spread è rimasto stabile.

Anche in questo, vi è una precisazione da fare. 

Non è possibile infatti stabilire empiricamente il motivo per cui lo spread salga in certi momenti storici, nonostante sedicenti e improvvisati economisti dal curriculum insospettabile, continuino invece a sostenere con convinzione che le cause invece siano chiare e ineludibili.

Esiste un esempio che meglio di altri può mostrarci quella che a mio parere, più che una discrasia, è un semplice atto di malafede da parte di chi vuole sostenere una teoria a prescindere dai suoi riscontri empirici.

Negli ultimi anni, abbiamo assistito a un momento politico molto importante che lo ha dimostrato in modo inequivocabile. 

Tutti ricordiamo quel fatidico giorno in cui Mattarella in diretta nazionale spiegò al popolo italiano i motivi del suo veto nei confronti di Paolo Savona al Ministero dell’Economia.

Massimo rispetto per uno degli economisti italiani più famosi al mondo, spiegò il Presidente della Repubblica, per poi però spiegare che si trattava di  “un esponente che al di là della stima e della considerazione per la persona non sia visto come sostenitore di una linea, più volte manifestata, che potrebbe provocare, probabilmente, o, addirittura, inevitabilmente, la fuoruscita dell’Italia dall’euro”

Una scelta che scatenò l’ira delle opposizioni, con il Movimento 5 Stelle che per diversi giorni minacciò addirittura l’impeachment contro il Presidente della Repubblica per un presunto abuso della sua posizione. Mattarella giustificò la sua decisione spiegando che temeva per i risparmi degli italiani, per una nuova crescita incontrollata dello spread causata dai timori esteri verso una figura così decisiva come quella di Savona.

“L’incertezza sulla nostra posizione nell’euro ha posto in allarme gli investitori e i risparmiatori, italiani e stranieri, che hanno investito nei nostri titoli di Stato e nelle nostre aziende. L’impennata dello spread, giorno dopo giorno, aumenta il nostro debito pubblico e riduce le possibilità di spesa dello Stato per nuovi interventi sociali”

Si, lo spread in quei giorni registrava alcuni sbalzi umorali, ma in fondo era anche fisiologico, con un governo ancora da formare e gli occhi addosso degli analisti finanziari di tutto il mondo verso una compagine politica molto poco europeista in quel momento. 

Il problema però è che a seguito di quelle frasi, il differenziali tra titolo tedeschi e italiani iniziò d’improvviso a salire in modo incontrollato, mettendo in imbarazzo lo stesso Cottarelli, anche lui propugnatore assiduo di certe tesi, seppur dotato di un’onestà intellettuale che gli va ampiamente riconosciuta. ( Per dire, per Cottarelli il mondo non esploderebbe nel caso in cui si dissolvesse l’euro come sostiene invece qualche sciamano travestito da economista).

Cottarelli, con una lunga storia all’interno del Fondo Monetario Internazionale, era stato scelto in quel momento da Mattarella per formare un nuovo governo tecnico. Un esecutivo improvvisato, nato dall’esigenza dichiarata dal Presidente della Repubblica di mantenere lo spread sotto controllo. Non fosse che fu proprio a partire da quella nomina, che lo spread inizio a salire in modo incontrollato. 

Una situazione che mise inevitabilmente in forte difficoltà tutti coloro che sostenevano come l’aumento dello spread fosse dovuto all’aumento del debito pubblico, e contestualmente, a una crescente paura che il nostro paese decidesse di uscire dall’unione monetaria e di non rispettare gli accordi finanziari presi. 

Ragion per cui, l’ultima rilevazione di Banca d’Italia ci pone di fronte a un bivio: possiamo ancora continuare a considerare il debito pubblico un problema nei termini in cui lo abbiamo fatto fino ad adesso? È ancora giusto indicarlo come il vero male che impedisce al nostro paese di regalare un futuro migliore, lontano dalla povertà, alle nuove generazioni?

In parte si, non sarebbe corretto tacciare di falso certe teorie in modo indiscriminato, in una scienza incerta e volubile quanto quella economica.  Anche perché, esiste anche chi, prima di “pentirsi” e rinnegare la sua stessa ideologia economica, aveva fornito spiegazioni anche convincenti a sostegno di questa tesi. 

Detto questo, è ancora giusto indicare il debito pubblico come il vero male che impedisce al nostro paese di regalare un futuro migliore, lontano dalla povertà, alle nuove generazioni?

Non dimentichiamoci che il primo a propendere per un no come risposta a questo quesito, è stato implicitamente proprio il premier Mario Draghi. Impossibile dimenticare infatti il suo cambio di rotta dello scorso anno, quando, soprendendo tutti gli addetti ai lavori, ammise per la prima che nonostante i suoi difetti, la Modern Money Theory restava comunque una teoria fondata su basi empiriche incontestabili.

Non certo un’abiura o una conversione, ma piuttosto un’apertura storica da parte di un esponente europeo tra i più importanti del continente, che fino a quel momento si era dimostrato particolarmente restio ad avvallare qualunque rigurgito postkenesiano, nonostante i suoi con conclamati trascorsi universitari con chi invece, ritenevo la strada tracciata dal geniale economista di Cambridge, la più ragionevole per perseguire l’eguaglianza economica dei cittadini.

E sarebbe forse doveroso ricordare, a chi continua ad usare il governo e il premier come “scudo” per perpetuare e sostenere con convinzione azioni quali il taglio alla spesa pubblica ( unica soluzione, dicono,  per contenere il debito e salvare il futuro delle giovani generazioni), un unico e incontestabile fatto. 

Draghi ha ridato credibilità alla MMT, facendo forse prendere un colpo a certi economisti di sinistra riscopertisi leghisti, anche a causa di certe affermazioni di colui che al tempo ricopriva il ruolo di presidente della BCE. 

La Modern Money Theory parte da una considerazione molto chiara: finché resta nelle mani dello stato, il debito pubblico non è un problema così grave da rovinare il futuro delle giovani generazioni.

Principalmente per due motivi. Il primo è relativo al fatto che l’iperinflazione non si verifica semplicemente stampando un grande quantitativo di moneta, ma non essendo questa una dissertazione sul tema, inutile dilungarsi troppo ( Avete i commenti sotto per smentirmi o anche solo esprimere il vostro dissenso su un’affermazione che io stesso giudico forte) .

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In secondo luogo, , nel momento in cui facciamo riferimento al debito pubblico italiano, sostanzialmente, quantomeno per la parte detenuta dallo stato, parliamo di soldi che non esistono, se non nei libri contabili delle nazioni che emettono titoli di stato.

E potrebbe essere anche questo il motivo per cui, in piena crisi Covid, in un momento in cui incrementare la spesa pubblica diventa l’unica soluzione possibile ad evitare quella che la capoeconomista dell’FMI Gopinath ha definito senza mezzi termini la più grande crisi economica nella storia, seconda soltanto alla Grande Depressione, nessuno sembra più preoccupato di quello che fino a qualche tempo fa, veniva presentato come la vera apocalisse finanziaria da affrontare negli anni a venire.