Affinché l’umanità possa realmente attuare una transizione energetica in grado di salvarci dal cambiamento climatico, vi è un bisogno disperato di molti minerali presenti sulla terra. Sono questi infatti al momento, le risorse da sfruttare che possono porsi come una reale alternativa ai combustibili fossili.

Esiste però un problema a riguardo. Per poter raggiungere questo scopo, bisognerà estrarre una quantità sempre maggiore di queste materie prime. Si è occupato anche di questo l’ultimo rapporto pubblicato dall’Agenzia Internazionale dell’energia.

Lo studio evidenzia infatti come una vera transizione green comporta automaticamente una maggiore pressione sulle estrazioni di alcune materie prime. A partire dal 1970, l’estrazione di materie prime è triplicata, passando da 27 miliardi a 92 miliardi annue di tonnellate. 

Scarsità di minerali, le dichiarazioni del direttore esecutivo della Iea

Dati incontrovertibili, recentemente commentati alla presentazione dello studio da Faith Birol, direttore esecutivo della Iea.

L’uomo ha infatti spiegato che queste nuove rilevazioni dimostrano l’esistenza di “un incombente divario tra le ambizioni climatiche rafforzate del mondo e la disponibilità di minerali critici che sono essenziali per realizzare tali ambizioni”. Non si tratta di un obiettivo irrealizzabile. Diventa però fondamentale in questo contesto che i governi di tutto il mondo si attivino con maggiori fondi e convinzioni sul tema. Anche perché “se non affrontate, queste potenziali vulnerabilità potrebbero rendere il progresso globale verso un futuro di energia pulita più lento e più costoso. E non si tratta soltanto di salvaguardare il nostro ecosistema, ha aggiunto in seguito Birol, ma anche di raggiungere un grado sufficiente di sicurezza energetica. Un comparto destinato a occuparsi “sempre meno dai combustibili fossili e sempre più da minerali come rame, litio, nichel, cobalto, terre rare”.

Un’altra criticità esposta nel report Iea riguarda il fatto che al momento i giacimenti più grandi di minerali, sono nelle mani di pochissime nazioni. 

Il mercato dei minerali è gestito come fosse un oligopolio

Ma non solo, ancora più preoccupante è il fatto che i primi tre produttori al mondo di questo settore rappresentano attualmente circa il 75 per cento delle forniture globali. Un oligopolio che naturalmente preoccupa molto, anche perché i ricavi sono elevatissimi e non sarà semplice convincere questi paesi a rinunciarvi o quantomeno condividerli con altre nazioni. È quasi superfluo però annotare che finché questo oligopolio resta in atto, diventa difficile pensare a una strategia green in grado di implementarsi con successo in tutte le nazioni. La questione però è più che mai attuale. Basti solo pensare che al momento, un impianto eolico offshore ha bisogno di un quantitativo di risorse minerali per funzionare, maggiore di circa nove volte a quello che richiede attualmente una normale centrale elettrica a gas. 

“Le emissioni lungo la filiera mineraria non annullano i chiari vantaggi climatici delle tecnologie energetiche pulite”.

Un discorso che può ad esempio trovare un’applicazione concreta nella realizzazione delle auto elettriche. Queste infatti hanno bisogno di risorse minerarie pari a circa sei volte quelle richieste per una normale automobile. La stessa Iea però conclude il suo studio con una considerazione tutt’altro che pessimista sul tema.

Questo in quanto “le emissioni lungo la filiera mineraria non annullano i chiari vantaggi climatici delle tecnologie energetiche pulite”.

Se ad esempio prendiamo in considerazione le emissioni di gas prodotte nell’intero ciclo di vita di un’auto elettrica, queste saranno sempre e comunque circa la metà di una normale vettura. Ma non solo, perché il progredire della tecnologia consente ( attualmente però soltanto “in potenza” ) di poter ridurre ulteriormente le emissioni, fino a una percentuale pari al 25 per cento di quella attuale.

Resta però il fatto che le richieste per questi minerali da parte dei produttori coinvolti nella transizione energetica, aumenteranno sempre di più. 

Leggi anche: Covid 19 e meta 2050, il lungo cammino, ad ostacoli, delle energie rinnovabili

Anche perché, come spiega l’Agenzia Internazionale dell’Energia, “i costi delle tecnologie diminuiscono, gli input minerali rappresenteranno una parte sempre più importante del valore dei componenti chiave, rendendo i loro costi complessivi più vulnerabili alle potenziali oscillazioni dei prezzi dei minerali”.