La Charlz & Partners di Antonio Carioti è innanzitutto una storia di successo.

Antonio l’ha fondata insieme al fratello, per poi diventarne amministratore quando questi si è trasferito a Londra.

A Catanzaro l’azienda nasce occupandosi di creazione e gestione di attività di ristorazione nella fascia alta della gastronomia.

Ma a un certo punto l’ambizione e la voglia di fare qualcosa di grande e di diverso, portano l’impresa a trasferirsi nel 2011 a Milano.

Nel 2015, la Charlz & Partners si rinnova e diventa quella che conosciamo oggi. Vengono creati due brand, Cibandomi e Italian Gourmand, dedicati alla fornitura di cibi pronti nel settore B2B.

L’azienda ha attualmente 16 dipendenti, e in soli 5 anni ha quintuplicato il proprio fatturato, ritagliandosi uno spazio importante nel mercato gastronomico milanese.

Antonio Carioti e la CICAS Milano

Contemporaneamente al cambio di pelle che la sua azienda ha vissuto nel 2015, Antonio Carioti diventa coordinatore del C.I.C.A.S di Milano, una confederazione degli imprenditori di vari settori produttivi.

Una sorta di sindacato che si occupa di tutelare gli interessi delle piccole e medio imprese del territorio milanese.

Anche per questo, era una delle figure più interessanti da intervistare per comprendere il dramma che stanno vivendo le partite Iva ai tempi del coronavirus. Ma conclusa questa premessa, lascio lo spazio all’intervista che mi ha gentilmente concesso.

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Quando vi siete accorti che l’epidemia aveva raggiunto una dimensione tale da mettere in pericolo la vostra azienda?

Il 23 febbraio perché è stato il giorno che hanno chiuso le scuole. Quello è stato il giorno in cui abbiamo capito che la situazione era seria e che come azienda ci avrebbe creato dei grossi problemi. Il 23 febbraio è iniziata per noi questa avventura negativa, anche se comunque queste situazioni, hanno sempre molto da insegnare ad un imprenditore.

Io in realtà ero un po’ più ottimista, pensavo che la situazione si sarebbe risolta in 30, 35 giorni. Mio fratello invece mi faceva notare che era un problema più complesso, e che ci sarebbe voluto più tempo. Abbiamo fatto una scommessa e insomma, sono stato io a perderla.

Mentre il blocco vero e proprio della vostra attività produttiva quando è iniziato?

La produzione si è bloccata totalmente il 1 Marzo, quando oltre alle scuole hanno chiuso anche bar, uffici e attività professionali. Da quel momento in poi, ci siamo trovati in grosse difficoltà, perché comunque noi ci siamo sempre autofinanziati.

Come azienda abbiamo sempre camminato sulle nostre gambe, non ci siamo mai affidati al finanziamento bancario. Tutto quello che abbiamo realizzato, lo abbiamo fatto sempre fatto reinvestendo gli utili delle nostre precedenti attività.

Per cui dal primo marzo, la sua azienda si è ritrovata in questa spirale negativa. Come l’avete vissuta in quei primi giorni?

La difficoltà maggiore che abbiamo riscontrato è stata la depressione e lo sconforto da parte dei nostri collaboratori. Perchè chiaramente come me, anche loro ci hanno sempre messo anima e cuore in questa attività, con tantissimi sacrifici.

E poi dalla mattina alla sera ci siamo ritrovati fermi, senza alcuna certezza su quando ripartire. Oltretutto, adesso stiamo provando a comprendere quali sarà l’impatto alla riapertura.

Se gli ordini che riceviamo saranno gli stessi di prima o minori. Di certo, non possiamo farci trovare impreparati.

Poi c’è stato invece un momento in cui il governo è intervenuto con l’ormai celebre Decreto Cura Italia. Mi dia innanzitutto un suo giudizio come coordinatore del C.I.C.A.S, ancora prima che come imprenditore.

Non voglio fare demagogia nè esprimermi a favore di un partito piuttosto che di un altro. Posso dire che il primo errore che ha fatto il governo è stato quello di predisporre delle misure e delle norme che erano soggette a un’interpretazione totalmente libera.

Noi imprenditori non ci siamo sentiti minimamente tutelati da questo decreto. Io credo che il governo doveva prendere atto che, avendo subito il blocco totale delle attività produttive, la prima cosa da fare era dare immediatamente soldi alle imprese. Anche per dare fiducia. Soprattutto per chi come me, ha dei dipendenti da pagare.

Però in fondo il governo questo bisogno lo aveva compreso. Difatti si è subito parlato di un’indennità da corrispondere alle partite Iva.

Attenzione. Il governo ha dato delle indicazioni, ma alla fine nemmeno loro sapevano come metterle in atto. Tanto è vero che ancora continuiamo a discutere della cassa integrazione di maggio per i dipendenti. Anche se su questo, devo dire che come imprenditore un piccolo riconoscimento dal governo lo abbiamo avuto.

Il lavoratore dipendente è stato in qualche modo tutelato.

Devo però aggiungere che noi come C.I.C.A.S. soltanto il 26 marzo abbiamo avuto la possibilità di richiedere le casse integrazioni per maggio. Abbiamo svolto tutte le pratiche necessaria insieme ai commercialisti, ma comunque al momento non c’è certezza su quando i dipendenti riceveranno questi soldi.

E per quanto invece riguarda il lavoratore autonomo?

C’è molta delusione. Innanzitutto perchè con 600 euro non ci fai nulla, e comunque le risorse stanziate non bastavano per tutte le partite Iva. Detto questo, al momento non c’è alcuna disposizione in merito a questa indennità.

Nessun imprenditore sa quando e come riceverà questi soldi. E noi siamo fermi con la produzione già da un mese. Ma purtroppo in Italia, l’imprenditore non è una persona da tutelare. Più che altro viene considerato o un possibile evasore o un possibile bancomat.

E poi è stato proprio sbagliata la filosofia con cui hanno agito. La prima cosa da fare era interagire con il sistema bancario e bloccare subito rate, mutui e via dicendo.

Questa istanza l’ho sentita da molti imprenditori. Secondo lei perché non si è fatto?

Perchè in italia l’impresa non viene presa in considerazione. Per il governo italiano, la partita Iva corrisponde ad una persona benestante. Guardi, noi come C.I.C.A.S:  abbiamo subito avviato una procedura di richiesta affinché si adottassero questo tipo di misure. Anche perché la partita iva in Italia paga tasse molto alte. A noi molti stakeholder ci hanno bloccato i pagamenti di molte forniture maturate e ci siamo trovati senza liquidità. Immagini chi invece lavora a provvigione.

Perciò secondo lei, se lo stato avesse fin da subito avviato un dialogo con le banche per bloccare mutui e rate, la situazione sarebbe stata più gestibile?

Si, la maggior parte dei problemi che stanno scontando adesso gli imprenditori si sarebbero potuti risolvere immediatamente. Anche perché la maggior parte delle aziende lavora a debito.

Non facendo questo, si è generato un vortice negativo. Pensi a tutte le aziende che hanno assegni RIBA a scadenza di 30/90 giorni. Immagini adesso quante segnalazioni per mancati pagamenti arriveranno in questo periodo.

E poi succede che le persone, pur di non farsi protestare, si tolgono anche la possibilità di fare la spesa.

Per cui, per concludere, per lei il governo sta tutt’ora sbagliando a gestire l’emergenza economica in questo modo?

Guardi, una cosa che non ho assolutamente apprezzato è la propaganda che c’è stata in merito. Forse era meglio dire alle persone come stavano realmente le cose, anche scatenando un po’ più di panico.

Invece si sono limitati a dire agli imprenditori di stare tranquilli, che avrebbero avuto i soldi che servivano. Oggi siamo al 26 marzo, e non esiste ancora alcuna possibilità di richiedere nemmeno quei 600 euro di indennità previsti, che comunque restano una cifra irrisoria, con cui nemmeno paghi l’affitto.

E adesso da parte degli imprenditori viene a mancare la fiducia verso il governo e la politica. Lo ripeto, bastava semplicemente sospendere rate e mutui in uscita e magari attivare una sorto di fondo di garanzia a fondo perduto e la situazione adesso sarebbe molto diversa.

Si conclude qui l’intervista ad Antonio Carioti a cui però vorrei aggiungere una mia personale postilla.

Antonio Carioti ha aperto la sua attività nel 2008, l’anno in cui è scoppiata la recessione economica in America, che si sarebbe poi propagata in tutto il mondo.

Già a quei tempi, anche se meno di adesso, fare impresa in Italia era una scelta un po’ folle. Tasse molto alte, una burocrazia farraginosa con procedure schizofreniche, infiltrazioni criminali che non permettono una leale competizione commerciale.

La lista sarebbe lunga, ma mi fermo qui.

Insomma un sogno un po’ folle, quasi come quando dici ai tuoi genitori voglio fare il musicista o il pittore e vivere di questo. Ma un sogno alla fine dei conti, è semplicemente una passione che hai dentro. Spesso c’è il luogo comune che chi vuole fare impresa, abbia il solo ed unico l’obiettivo di fare soldi, di condurre una vita agiata. Forse in alcuni casi, è vero.

Ma in molti altri non lo è affatto. Ecco, io parlando con Antonio Carioti non ho visto nel suo modo di porsi, un manager ossessionato dal profitto, dalla ricerca spasmodica del lusso e della ricchezza. Ho visto invece un uomo animato da una passione incredibile verso il suo lavoro. Dalla soddisfazione di prendere un progetto da zero e farlo crescere, e vedere fin dove si può arrivare con il sacrificio, l’impegno e la determinazione.

E d’altronde, è stato un po’ anche lui stesso a confermare questa mia idea, quando a un certo punto della nostra discussione mi ha buttato lì una frase quasi per caso, mentre discutevamo delle difficoltà di fare impresa in questo paese.

 “Io penso di fare azienda fino all’ultimo giorno della mia vita e di morire qui. Io non penso che morirò a casa mia.”

Chi cerca solo il profitto non direbbe mai una frase del genere. Una frase del genere la dice solo una persona che ha trasformato una passione in un lavoro. 

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Vignetta in copertina © Mauro Biani