Abbiamo inventato strumenti e metodologie matematiche, attinto alla statistica e alla ricerca scientifica per cercare di comprendere cosa può riservare il futuro. Applicazioni utili soprattutto in economia. Ebbene, oggi tutti quei metodi appaiono inutili e superati. Sfalsati dall’incerto e dall’imponderabile. Già, la pandemia ci costringe a rivedere principi, numeri e calcoli, all’insegna di un avvenire che, almeno per ora, non regala certezze ma solo incognite. O previsioni che sembrano fatte proprio per essere smentite. Il Covid, insomma, obbliga l’essere umano a rivedere tutte le sue sicurezze. In ambito umano, sociale ma anche e soprattutto economico. Come reagire a tutto ciò? Quali soluzioni adottare? Esiste, attualmente, una strategia vincente da seguire oppure bisogna “vivere alla giornata”? Interessante, a tal proposito, l’analisi fornita dal quotidiano on line “ilpost.it”.

Economia e pandemia

La verità che emerge è che il mondo si è fatto trovare impreparato alla pandemia. “Nonostante qualcuno, come il miliardario Bill Gates e la giornalista scientifica Laurie Garrett, avessero profetizzato la possibilità che un fenomeno del genere si verificasse, tutti i governi del mondo si sono trovati impreparati”. Una debacle che, in termini economici, ci sta costando tantissimo. Come scrive il Post “L’Economist si è azzardato a stimare che le perdite supereranno i 10 mila miliardi di dollari di mancato reddito nel 2020 e nel 2021”. Una cifra enorme rispetto a quella che sarebbe bastato investire per prevenire il danno: “5 dollari a testa, che fanno 38 miliardi di dollari in tutto, secondo il World Economic Forum”. Inoltre, ecco il debito che i governi hanno sottoscritto per fronteggiare la crisi: circa 12 mila miliardi di dollari solo nel 2020, a cui l’Istituto di Finanza Internazionale stima se ne aggiungeranno altri 10 mila miliardi quest’anno.

La “variabile impazzita”

Gli effetti che l’enorme aumento di spesa pubblica e debito avranno sull’economia rientrano tra quei fenomeni difficili da prevedere con esattezza, soprattutto nel breve termine. Un esempio eclatante è quello del tasso di partecipazione al mercato del lavoro negli Stati Uniti, cioè del numero di persone che lavorano o stanno cercando un impiego sul totale della popolazione in età da lavoro. Negli ultimi 30 anni, il tasso ha mostrato una tendenza di alti e bassi, ma sempre entro un certo intervallo. Tra il 67% del 1990 a poco più del 63% prima della pandemia. Con la diffusione del virus negli Stati Uniti, la partecipazione è crollata al 60% per cento in soli quattro mesi, perché molte persone hanno perso il lavoro e non hanno potuto cercarne un altro per vari motivi. Da agosto 2020, la partecipazione è poi risalita al 62%, valore attorno al quale si è fermata nell’ultimo anno. Insomma, stiamo parlando di una “variabile impazzita”.

I dati sull’inflazione

Altra questione, l’inflazione. Negli ultimi mesi, il tasso è aumentato sia in Europa che, in misura ancor maggiore, negli Stati Uniti. Ciò ha portato la Federal Reserve a prevedere di alzare i tassi di interesse entro la fine del 2023. “Ma se si guarda un grafico che mostra il tasso di inflazione negli USA dagli anni Cinquanta a oggi, si noterà che il tasso d’inflazione corrente, salito il mese scorso al 5 per cento, è ancora contenuto negli intervalli visti finora – si legge sul Post -. L’osservazione della serie storica non è perciò molto d’aiuto in questo caso, e le previsioni verranno fatte principalmente osservando fattori che in passato hanno influenzato l’inflazione, come l’emissione di moneta, la spesa pubblica, il livello degli stipendi e il prezzo delle materie prime, prima fra tutte il petrolio”. Tutte queste variabili sono cresciute nell’ultimo periodo. “Il problema è che nessuno sa con certezza se questo aumento sia temporaneo o destinato a durare a lungo, perché è la prima volta che ci troviamo in una situazione del genere”. Appunto, le variabili impazzite…