Il termine dumping deriva dal verbo inglese “to dump”, ovvero scaricare. In ambito economico definisce una pratica commerciale scorretta per cui si garantiscono prezzi più vantaggiosi sui mercati esteri rispetto a quelli che si praticano nel mercato interno. Si tratta di pratiche di concorrenza sleale che assumono caratteristiche specifiche in base al contesto in cui si applicano.

 

Il Dumping fiscale

Il dumping fiscale, nasce dall’esistenza di sistemi di tassazione capaci di garantire, rispetto ad altri, un trattamento fortemente più vantaggioso ai contribuenti. La conseguenza? Una disparità tra gli Stati da diversi punti di vista, anche nell’attrarre investimenti esteri.

E sono proprio queste condizioni di concorrenza sleale che hanno preso forma in Europa, sottolinea Roberto Rustichelli, (che per primo ha usato il termine) Presidente dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, durante l’audizione alla Camera dei Deputati del 2 luglio 2020 sul Programma di lavoro della Commissione europea per il 2020 e sulla Relazione programmatica sulla partecipazione dell’Italia alla Unione europea nell’anno 2020.

 

Il Dumping in Europa

Nei mesi scorsi la Commissione Europea aveva contestato le pratiche fiscali “aggressive” esercitate da Olanda, Irlanda e altri quattro Paesi Ue per incentivare le grandi aziende a spostare la propria sede sottraendo gettito agli Stati con sistemi tributari più esigenti.

Cipro, Ungheria, Irlanda, Lussemburgo, Malta e Paesi Bassi sono  i paesi che sottraggono oltre 42 miliardi all’anno agli altri Stati membri, con l’Olanda che raccoglie in questo modo il 30% del proprio gettito, circa 90 miliardi di euro.

Attraverso il dumping fiscale alcuni paesi cercano di attrarre imprese e contribuenti da altre parti dell’Unione europea creando disoccupazione e perdita di posti di lavoro in diverse aree, come in Italia, Spagna e Francia.

 

La politica dei due pesi di Bruxelles

Rustichelli cita a proposito il concreto esempio della più grande azienda automobilistica italiana (Fca), con sede legale a Londra e sede fiscale in Olanda. Se tuttavia il comportamento di imprese private può essere compreso nei termini della ricerca dell’ottimizzazione della produzione, il discorso diventa diverso ragionando in termini di governance europea.

Come conciliare infatti la tolleranza di comportamenti del tutto sleali tra Stati membri, quando d’altra parte vige la più severa intransigenza per il rispetto di parametri che, alla luce della relazione dell’Antitrust, risultano del tutto falsati? Come si può per esempio giudicare in sede europea la solidità dei conti italiani se a questi vengono sottratte cifre tali da poter scrivere un’altra manovra finanziaria? La mancanza di uniformità tra i regimi fiscali europei è un elemento di destabilizzazione economica dei Paesi membri che, se non arginato in tempo, potrà contribuire al collasso dell’istituzione stessa.

 

I numeri

Per il capo dell’Authority il dumping fiscale genera esternalità negative “con un danno per l’Italia stimato tra i 5 e gli 8 miliardi di dollari l’anno”.

La concorrenza fiscale genera evidenti vantaggi per alcuni Paesi: il Lussemburgo, Paese di circa 600mila abitanti, è in grado di raccogliere imposte sulle società pari al 4,5% del Pil, a fronte del 2% dell’Italia. Anche l’Irlanda (2,7%) fa meglio, nonostante un’aliquota particolarmente bassa. Rustichelli però difende comunque l’Europa e avvisa: c’è il rischio che la globalizzazione venga vissuta “come un tradimento e come il frantumarsi di una promessa, innescando pericolose spirali protezionistiche”. 

E’ invece fondamentale “ricostruire il consenso intorno al mercato unico”, anche se “l’Europa e i governi nazionali possono e devono fare di più, rimuovendo quelle asimmetrie e distorsioni competitive”.

 

Appello alla condivisione

L’epidemia da coronavirus e le sue ricadute sulle nostre società ed economie rappresentano una sfida per tutti noi, che non ha precedenti nella storia dell’Unione europea.

Le aziende di tutte le dimensioni sono state duramente colpite, registrando una battuta d’arresto o un rallentamento delle loro attività. Nel confronto pubblico sul rilancio delle nostre economie in Europa occorre tenere presente un aspetto: questa crisi colpisce contemporaneamente tutti i paesi e in nessuno di questi è stata innescata da scelte economiche e fiscali sbagliate, operate in passato, bensì da una terribile pandemia. 

Ecco perché in Europa dobbiamo farci carico insieme dell’onere di questa crisi. Rinnoviamo pertanto il nostro appello affinché si emettano degli “health bond” europei, con un obiettivo comune chiaro e definito, che siano oggetto di orientamenti convenuti di comune accordo. Se non condividiamo l’onere, non mettiamo a rischio soltanto la stabilizzazione del sistema sanitario e il rilancio economico di alcuni paesi, ma anche l’intero mercato unico e, con esso, il nostro progetto di unificazione europea.

La petizione

Alla luce della portata di questa crisi pandemica e del crescente debito pubblico, si chiede all’Europa una politica globale di tolleranza zero nei confronti del riciclaggio di denaro, delle frodi tributarie e del dumping fiscale. Tale politica di tolleranza zero dovrà far leva su cinque azioni chiave:

 

1.

L’Europa ha bisogno di un’aliquota fiscale minima, effettiva e comune, sul reddito d’impresa. Se gli sforzi intrapresi a livello internazionale in seno all’OCSE non perverranno ad un accordo, come previsto, entro la fine dell’anno, l’Ue dovrà fissare la propria aliquota fiscale minima effettiva. Tale aliquota sarà applicata a una base imponibile consolidata comune per l’imposta sulle società (CCCTB) delle grandi imprese, che dovranno inoltre pubblicare i profitti realizzati e le imposte versate paese per paese, come suggerito dalla Commissione europea, con il sostegno del Parlamento europeo.

 

2.

Nel corso della crisi da coronavirus, i modelli di business digitali hanno sottratto quote di mercato alle attività tradizionali. Questa spinta alla digitalizzazione, se da un lato può stimolare un’utile innovazione, dall’altro falsa la concorrenza se le grandi aziende digitali in Europa non versano pressoché alcuna imposta sul reddito d’impresa, al contrario delle società tradizionali. Ecco perché l’Europa dovrebbe adottare un approccio comune alla tassazione digitale, affinché i profitti realizzati in Europa siano anche tassati in modo equo a livello europeo. In attesa di una riforma delle imposte sul reddito delle società, dovrebbe entrare in vigore quanto prima la proposta sulla tassazione digitale della Commissione europea, sostenuta dal Parlamento europeo.

 

3.

La mancanza di risorse e di fiducia reciproca tra le amministrazioni fiscali europee è alla base di una frode fiscale transfrontaliera su larga scala in materia di IVA, pari a € 50 miliardi circa, e da operazioni di “dividend arbitrage”. È ora che le riforme IVA, attualmente in stallo, siano adottate dagli Stati membri e che si elabori una risposta europea al “dividend arbitrage”.

 

4.

La concorrenza fiscale in Europa si sta estendendo dal reddito d’impresa al reddito delle persone fisiche. I regimi “non dom”, i pagamenti forfettari delle imposte, i trattamenti speciali riservati ad alcune tipologie di reddito negli accordi fiscali bilaterali, le zone franche, i programmi di cittadinanza o residenza “golden visa” possono indebolire il regime di imposta progressiva sul reddito complessivo negli Stati membri. L’Europa deve sviluppare una disciplina quadro al fine di porre al riparo da regimi speciali la progressività dell’imposta sul reddito.

 

5.

Arginare i proventi derivanti da attività criminali aumenta la sicurezza dei cittadini e delle aziende oneste. Combattere il riciclaggio di denaro genererà maggiori entrate pubbliche. Secondo la Commissione europea, le perdite di bilancio degli Stati ammontano a ben € 160 miliardi l’anno e l’Europol stima che ogni anno si sequestri solo l’1% del denaro da attività illecite. L’Italia ha dimostrato che gli Stati membri possono conseguire successi in questo ambito attraverso riforme giuridiche che tutta l’Europa dovrebbe prendere come riferimento. Ma in ogni caso all’Europa serve anche un’autorità di regolamentazione e vigilanza efficace in materia di riciclaggio di denaro. Per i casi di criminalità finanziaria su vasta scala occorre istituire una forza di polizia finanziaria europea nel quadroI dell’Europol.