Nord contro Sud. La guerra sui Coronabond ha messo in moto una vera e propria divisione geografica tra i Paesi che costituiscono quella che oggi possiamo definire una fragilissima Unione Europea.
Da una parte le nazioni settentrionali, tutti gli scandinavi, l’Olanda e la Germania; dall’altra l’Italia, la Spagna, il Portogallo e in parte la Francia.
Alla fine, l’hanno spuntata i nordisti, da sempre contrari all’emissione di titoli del debito per conto di tutti gli stati membri dell’Eurozona. I proventi raccolti sul mercato avrebbero finanziato il fabbisogno dei vari Stati. Titoli garantiti da tutte le nazioni, ai quali le agenzie di rating avrebbero assegnato il massimo giudizio, quello degli stati più solidi finanziariamente dell’area, ossia “AAA”.
Grazie a questa estrema solidità percepita, i Coronabond registrerebbero dei costi molto bassi, con rendimenti negativi fino alle medio-lunghe scadenze. Insomma, gli Stati avrebbero un indebitamento allo stesso costo, annullando gli spread.
L’esempio è classico: su 1 miliardo di euro di capitali, Roma pagherebbe quanto Berlino. L’annullamento della differenza di tali costi significherebbe per i contribuenti italiani pagare ogni anno meno per gli interessi sul debito, mentre per quelli tedeschi implicherebbe pagare qualcosa di più. Secondo alcuni calcoli circolati in questi giorni, la Germania spenderebbe sui 12 miliardi all’anno di più, l’Italia sui 15 in meno.

Coronabond, l’opposizione dell’Olanda (di Wopke Hoekstra)

Ma è stata resistenza ad oltranza, alla fine premiante per la Germania e per l’altro grande vincitore di questa tragica partita a scacchi: l’Olanda. Le posizioni degli Orange d’altronde erano piuttosto chiare da tempo: un paio di settimane fa il ministro delle Finanze, Wopke Hoekstra, aveva chiesto alla CE di “indagare” sui quei Paesi che insistono sui Coronabond “per comprendere i motivi per cui non hanno abbastanza spazio di bilancio per rispondere all’impatto economico della crisi”. Dichiarazioni che – manco a dirlo – hanno scatenato polemiche e fatto emergere tutti i veleni che ancora inquinano Bruxelles.
Tipo tosto questo Wopke Hoekstra, che sta facendo il bello e il cattivo tempo sulle strategie economiche, politiche e sociali a livello continentale. Esponente del partito centrista  Cda (Appello cristiano democratico), nominato nel 2013 dalla stampa parlamentare “talento politico dell’anno” e titolare delle Finanze sin dal 2017, il 45enne Wopke Hoekstra è considerato la stella nascente della politica olandese.
Eletto al Senato nel 2011, è stato all’epoca il suo membro più giovane: ma non è solo questa la sua condizione più particolare. Infatti, fu senatore “part-time”, dato che continuava ad esercitare la professione di consulente per la multinazionale di consulenza strategica McKinsey. I suoi detrattori lo considerano un politico di parte: l’Europa? Sì, ma a piccole dosi…Basti pensare che nel 2018 è stato uno dei più ardenti fautori del gruppo informale degli Stati europei del Nord e dei Baltici (formato, oltreché dai Paesi Bassi, da Estonia, Finlandia, Irlanda, Lituania, Lattonia).

L’obiettivo? Creare un comune blocco di interessi all’interno dell’Eurozona.

“Mors tua vita mea”…

E che dire dell’anno scorso, quando Wopke Hoekstra ha gestito l’acquisto da parte dell’Olanda di un’ulteriore fetta del pacchetto azionario di Air France-Klm, con lo scopo di ridimensionare la partecipazione francese nella holding?
Una scelta che gli è costata non poche critiche, dato che non aveva avvisato la Camera dei rappresentanti all’Aja…
Conti alla mano, il ministro delle Finanze olandese ritiene di avere fatto già abbastanza per tenere i conti del suo Paese in ordine, mentre altri (in primis Italia e Spagna) hanno “perso tempo” senza trovare soluzioni utili alle loro difficoltà.
L’Olanda si è affacciata alla crisi del 2008 con un rapporto debito/pil sotto il 45%, salendo fino a un massimo di quasi il 68% nel 2014 e riuscendo da allora a scendere al 50% del 2019. La Germania era partita da un 65%, era arrivata a un massimo dell’82% nel 2012 e poi ha saputo abbassare il suo indebitamento sotto il 60%. Entrambi gli Stati registrano da anni avanzi di bilancio.
L’Italia si trovava già sopra il 100% prima della crisi del 2007 ed è salita nel 2019 al 135%.
Tedeschi e olandesi, quindi, ritengono di avere dovuto stringere la cinghia per essersi meritati i giudizi positivi delle agenzie di rating. E ora non vogliono spendere il loro buon nome per fare indebitare gli altri Stati. Come dire: siamo tutti europei fino a quando non ci toccano il portafogli…