Fino ad un paio di mesi fa erano il luogo di assembramento di massa per eccellenza. Poi, il brusco stop: i centri commerciali, spazi dedicati allo shopping del week end, alle domeniche h24 “tutta la famiglia al centro”, hanno chiuso le serrande. Il “consumismo collettivo” è stato messo in crisi dal Coronavirus. E lo stesso discorso va fatto per gli outlet, altri spazi della Mecca dell’acquisto compulsivo. Ora, in seguito ai vari decreti governativi, i centri stanno riaprendo. Ovvio, con regole diverse, distanziamenti sociali e protocolli rigidi da seguire. Tutto bene? Mica tanto: quanta gente sarà disposta ancora ad andare in luoghi che per antonomasia dovrebbero essere affollati, dove la libertà dello shopping è il must, in modalità irregimentata e contingentata? Insomma, la crisi del comparto è dietro l’angolo.

Centri Commerciali: settore trainante per il Paese

Basta qualche dato per far comprendere meglio di cosa stiamo parlando. Il settore prima della crisi valeva 139,1 miliardi di euro all’anno, a cui si sommavano 780.000 occupati. Il 2,3% della forza lavoro nazionale. Da una ricerca condotta da Nomisma per il Consiglio Nazionale dei Centri Commerciali (Cncc), nel 2018 la rete dei centri commerciali ha prodotto 71,6 miliardi di fatturato diretto, pari al 4% del Pil italiano. Con un’aggiunta di 27,8 miliardi di euro al gettito fiscale e 587.000 posti di lavoro creati. Un commercio che funzionava soprattutto nei fine settimana: il 40% del fatturato complessivo, infatti, era prodotto durante il weekend, di cui il 18,4% la domenica e nei giorni festivi.

Luoghi leisure e turistici, vietato assembramento di massa!

Tutti lo sanno. Lo shopping non è l’unica attività che si pratica nei centri commerciali. L’83% della clientela li considera dei veri e propri luoghi di aggregazione sociale e culturale, in cui trascorrere il tempo libero senza necessariamente dover mettere mano al portafogli. Il 38%, inoltre, ci fa una visita per gustare le prelibatezze offerte dai numerosi ristoranti, pizzerie e fast-food presenti ai vari piani. Non solo “regular user”: gli shopping center, stando a quanto emerge dalla ricerca, attraggono anche il turismo. Il 69% del campione intervistato, infatti, ha visitato almeno una volta un centro commerciale nel luogo delle vacanze. Il 42% ha intrapreso viaggi per fare shopping in strutture lontane dal luogo di residenza. E ora, di tutti questi numeri da trionfo, che ne sarà?

Una crisi targata Usa

Un settore in forte espansione. Dunque. Almeno fino a febbraio scorso. Stiamo parlando di oltre 900 strutture in Italia, a cui si aggiungono 33 outlet, stando ai dati dell’Osservatorio Confimprese-Reno. Ma il declino è alle porte. Un trend negativo che ha già toccato pesantemente gli Stati Uniti, dove gli shopping center sono nati. Là, Macy’s, J.C. Penney, Lord&Taylor e Neiman Marcus hanno annunciato stati di crisi e Barney e Henri Bendel’s sono stati chiusi. Secondo Green Street advisor, compagnia di analisi e ricerche del settore immobiliare, entro il 2021 potrebbe chiuderne il 50%.

Un futuro pieno di incertezze

Le aperture di questi giorni non garantiranno certamente la ripresa a regime dei centri commerciali. Gli ingressi giornalieri si sono ridotti sino al 40% a marzo ed aprile. Ed è da capire se i singoli negozi – ammesso che tireranno su la serranda – riusciranno a sostenere le spese. I consumatori nel frattempo hanno imparato e reso quotidiano un altro comportamento che aveva segnato il declino: l’acquisto on line. E anche il tentativo di attrarli con spazi espositivi ricercati, che in alcuni casi, paradossalmente, simulavano il piccolo mercato, sembra non poter più essere efficace. Anche perché la task force di Vittorio Colao, arruolata dal premier Conte per gestire la fase 2, ha messo a punto una lista di 97 voci con l’indicazione del livello di rischio. I centri commerciali sono in classe 4. Tradotto, rischio alto.

La controffensiva

Per tutelare gli utenti, ed evitare la caduta, i centri commerciali hanno previsto termoscanner e mascherine, vigilanza e conta persone, spazi ampi e sanificazioni. Ma forse il futuro del commercio, dopo il Covid-19, sarà del tutto diverso. E anche quello dei centri tanto amati dagli italiani sino a 60 giorni or sono.