L’Argentina rischia un nuovo crack finanziario? Stando al “Financial Times”, attualmente nelle casse della Banca centrale di Buenos Aires ci sarebbero solo 10 miliardi di riserve liquide. Difficile così, per il presidente Alberto Fernandez, sostenere il cambio del peso contro il dollaro, attualmente a 68 pesos. Un rateo quasi raddoppiato rispetto a pochi mesi fa. Non esattamente un bel segnale per i risparmiatori. E il Covid 19 ha peggiorato le cose, facendo ruzzolare l’economia del paese sudamericano. Insomma, il primo default nazionale del dopo pandemia è davvero alle porte. In Argentina stanno tremando. Tutti. Anche perché, come spesso accade, il crack della Casa Rosada potrebbe innescare una reazione a catena che coinvolgerebbe altre sovranità in giro per il mondo.

Lo spettro della bancarotta

Per l’Argentina si tratterebbe della nona bancarotta della sua storia. Ed è ancora fulgido, nella mente e nelle tasche dei figli di Evita Peron, il ricordo dei disastri dell’ultima crisi del 2001-02. I risparmi di milioni di argentini vennero cancellati dopo che i depositi bancari in dollari furono convertiti in valuta locale svalutata. E’ una corsa contro il tempo: i margini per trovare un accordo con i creditori sono molto stretti. Ora però c’è più spazio per trattare visto che Buenos Aires ha prorogato al 2 giugno la scadenza per accettare l’offerta di ristrutturazione del debito estero di 65 miliardi di dollari. Ma la crisi è ad un passo. Ed è una guerra del “tutti contro tutti”. Gli obbligazionisti accusano Martin Guzman, il ministro dell’economia argentino, mentre il governo lamenta che alcuni creditori vogliono agire con prepotenza.

Trattative ad oltranza

Trattative ad oltranza, dunque. Nei giorni scorsi Buenos Aires ha proposto un accordo ai creditori, offrendo nuovi titoli in cambio di quelli in scadenza. Le condizioni? Un periodo di moratoria di tre anni, un taglio del capitale pari al 5,4% e degli interessi al 62%. Ma la proposta è stata accolta in modo tiepido. Si dovrà agire con diplomazia sino al 2 giugno. E abboccamenti vari. La settimana scorsa i detentori di obbligazioni hanno presentato tre controproposte separate in risposta all’offerta originale del governo che includeva una sforbiciata del 62% sui pagamenti degli interessi. Le posizioni sono distanti. Ma non troppo. Ad esempio, il governo di Fernandez insiste sul fatto che tutti i pagamenti obbligazionari dovrebbero essere sospesi per tre anni. Per gli obbligazionisti, il termine dovrebbe essere di un solo anno.

Il rendimento delle nuove obbligazioni

Secondo Siobhan Morden, responsabile del reddito fisso dell’America Latina presso Amherst Pierpont, una società di titoli, la proposta del Governo suggerisce un valore di recupero di 39 centesimi di dollaro per le obbligazioni emesse dopo il 2016. In tal modo, l’ipotesi è che le nuove obbligazioni si scambino con un rendimento del 10% dopo la ristrutturazione. Il valore equivalente è di circa 42 centesimi di dollaro per i cosiddetti exchange bond, precedentemente ristrutturati nel 2005 e nel 2010. Queste cifre sono in qualche modo distanti rispetto alle proposte degli obbligazionisti, secondo quanto riferisce Morden. Il gruppo dei detentori di obbligazioni in valuta punta infatti a un valore medio di recupero di 58 centesimi sul dollaro.

La corsa contro il tempo

Una proposta simile è stata avanzata da Gramercy Funds Management, Fintech Advisory e un comitato di creditori che coinvolge Greylock Capital Management e OGM per le obbligazioni post-2016. Nel frattempo, la proposta del gruppo guidato da BlackRock, i cui membri detengono sia le obbligazioni di scambio sia quelle emesse dal 2016, suggerisce un valore medio di recupero di 60 centesimi sul dollaro. Notizie di corridoio dicono che il Governo sarebbe disposto a scendere a patti se i detentori di obbligazioni dovessero adeguare le loro attuali proposte. Certo, pensando ad un valore di recupero diverso, almeno vicino ai 50 centesimi. Secondo indiscrezioni che arrivano dal “Financial Times”, i margini di trattativa ci sarebbero. La parola fine insomma non è ancora stata scritta, ma il tempo galoppa e il default si avvicina.