La pandemia fa schizzare in alto il debito pubblico italiano. Il nuovo record raggiunto dal debito pubblico in Italia, pari a 2.582,6 miliardi, non sorprende. I dati diffusi dalla Banca d’Italia confermano un andamento giĂ  fotografato dalle ultime stime messe a punto dal Governo. Stime che vedono il totale del debito proiettarsi nell’anno in corso verso il tetto del 158% del Pil, mentre nel 2021 si dovrebbe registrare una prima riduzione al 155,8%, nel 2022 al 153,4% e nel 2023 al 148,6%. Cifre imponenti. Rispetto al 2019 (134,6%), nell’anno che si avvia a concludersi si registrerĂ  dunque un incremento di circa 23 punti percentuali.

 

Stime di crescita negative

I prossimi anni saranno complessi e difficile, e diversi fattori potrebbero incidere sulle capacità delle economie di riprendersi. Debito pubblico e corporate che crescono in modo drammatico, disoccupazione, minori investimenti, il commercio internazionale rallentato, giovani e piccole aziende che chiudono i battenti sono tutte conseguenze della crisi provocata dal Covid e gettano un’ombra sulle nostre prospettive di lungo termine. 

Al punto che Oxford Economics non solo prevede una riduzione del Pil mondiale nel 2025 del 2 per cento, pari a 2,1 trilioni di dollari, ma arriva a considerare come plausibile anche un calo del 5 per cento, pari a 4,9 trilioni di dollari.

 

Sfiducia dei risparmiatori

Per l’Italia il problema del debito pubblico è molto serio. Il punto centrale è che dagli anni Settanta l’Italia fa fatica a mantenere la fiducia dei risparmiatori ed è andata incontro a numerose crisi: ricordiamo quella del 1976, quando nel giro di pochi giorni le fughe di capitali azzerarono le riserve valutarie della nazione, quella del 1992, quando l’Italia fu costretta ad abbandonare il sistema monetario europeo e quella, recente, del 2011.

Ma anche negli anni Ottanta, periodo in cui non vi furono gravi episodi di crisi, l’Italia era considerata un paese meno affidabile di quasi tutti gli altri paesi europei: per questo, fu l’unico paese a mantenere una banda di oscillazione allargata rispetto a quella normale dello SME e fu comunque costretta a riallineamenti molto più ampi e frequenti degli altri paesi.

 

La gestione del debito pubblico nell’UE

Con la ratifica del Trattato di Maastricht (1992) i paesi che hanno scelto di partecipare al progetto europeo si sono impegnati, tra le altre cose, a mantenere una finanza pubblica sostenibile, orientata a creare una moneta unica stabile. Questo risulta ancor piĂą adeguato data la presenza di una Banca Centrale comune (BCE), che impedisce agli Stati svalutazioni arbitrarie e che non ne garantisce il debito.

Il Patto di stabilità e crescita (1997) va a supportare le prescrizioni del Trattato di Maastricht, ponendo un limite definito al disavanzo del deficit pubblico, che non deve superare il 3% del PIL, ed al debito pubblico, il quale non può essere portato oltre il 60% del PIL. Chi non rispetta le prescrizioni può essere soggetto a sanzioni. Diversi Stati e molti economisti, tuttavia, hanno criticato l’arbitrarietà di questi parametri ed hanno invitato le istituzioni europee a considerare altri approcci.

 

Il legame tra crescita e debito: alcuni studi in materia

Nel 2010 due economisti, Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff (entrambi professori ad Harvard), pubblicarono sull’American Economic Review un articolo intitolato “Growth in a Time of Debt“. La tesi sostenuta da Reinhart e Rogoff è che esiste una soglia precisa oltre la quale il debito di un Paese ne rallenta la crescita. 

In particolare gli autori concludono che i Paesi con un rapporto debito/PIL superiore al 90% presentano tassi di crescita negativi, se invece si considerano solo i Paesi in via si sviluppo tale soglia scende al 60%.

 

Quali le vie d’uscita?

In teoria il problema del debito ha una soluzione semplice che consiste in riforme strutturali volte ad accrescere il saggio di sviluppo dell’economia: occorre rendere meno difficile fare impresa. Come noto, da questo punto di vista l’Italia non è messa bene, malgrado un drappello di imprese manifatturiere che in questi anni hanno saputo rinnovarsi e reggere alla sfida dei mercati internazionali. 

Come certifica l’indicatore Doing Business della Banca Mondiale, l’Italia è uno dei paesi in cui è più difficile fare impresa. Peraltro, le molte riforme che sono state fatte negli ultimi due decenni non sembrano aver dato i risultati sperati. Ancora oggi il tasso di crescita dell’Italia è fra i più bassi dell’Unione europea.