Si chiamano Pandora Papers e si tratta dell’ennesima inchiesta giornalistica destinata a rimanere nella storia.

Un’iniziativa che non può non riportare alla mente il terremoto sollevato dai Panama Papers alcuni anni fa. Anche qui infatti, ci troviamo di fronte alla pubblicazione di centinaia di articoli su come tanti personaggi pubblici e politici hanno utilizzato in questi anni alcuni paradisi fiscali per mettersi al riparo dalle ingenti richieste del fisco nazionale. Pandora Papers è un’inchiesta giornalistica nata grazia all’International Consortium of Investigative Journalists. Uno vero e proprio scandalo, per la rilevanza dei nomi coinvolti, uscito nelle testate giornalistiche di oltre centodiciassette paesi. 

Pandora Papers, 11,9 milioni di paradisi fiscali coinvolti

La stessa ICIJ ha chiarito in seguito alle prime pubblicazioni, che il materiale raccolto ammonta a circa 11,9 milioni documenti finanziari. Carte che coinvolgono 14 società finanziarie che si occupavano di gestire il patrimonio dei loro clienti dirottandolo su specifici paradisi fiscali.

Non ci sono ancora dettagli su quale sia l’origine dei documenti e come i giornalisti ne siano entrati in possesso. Si sa però che la cifra complessiva dei soldi gestiti a queste società per sottrarli alla tassazione nazionale è di circa 32 mila miliardi di dollari. Un numero che fa paura solo a pronunciarlo. Anche perché, si tratta di una stima che tiene conto esclusivamente dei conti bancari. Non sono ad esempio presenti in questo conteggio le proprietà immobiliari o altri oggetti di valori dei personaggi coinvolti.

E i nomi tirati fuori da questo nuovo scandalo giornalistico sono tanti, e in molti casi davvero illustri. Basti solo pensare che i Pandora Papers hanno tirati in mezzo 35 persone capi o ex capi di governo, e oltre 400 funzionari governativi di alto livello in tutto il mondo. 

Pandora Papers, coinvolti anche l’ex premier inglese Tony Blair e l’attuale premier ucraino Zelensky

C’è ad esempio l’ex premier inglese Tony Blair così come il Presidente dell’Ucraina Volodymyr Zelensky. I giornalisti hanno poi raccontato in questi giorni quali erano nello specifico i meccanismi utilizzati dalle società finanziarie per eludere la tassazione dei paesi d’origine dei loro clienti. Un sistema tutto sommato semplice: spesso infatti bastava aprire una nuova società con sede legale nel paradiso offshore di riferimento. Aziende che servivano soltanto come mero riferimento nominale e che infatti non avevano mai a loro carico dipendenti. venivano per lo più gestite da intermediari finanziari che di facciata dichiaravano di offrire generici servizi nel settore per nascondere così i trasferimenti di denaro che avvenivano all’interno della società.

L’aspetto più interessante e drammatica di questo vaso di pandora scoperchiato dal giornalismo internazionale, riguarda il fatto che non tutte queste operazioni possono essere considerate illecite. 

Il caso del re della Giordania Abudllah II

In molti casi infatti, si sfruttavano dei buchi legislativi, derivanti per lo più dal l’atavica mancanza di coordinamento tra stati sul tema.

È il caso ad esempio del re della Giordania Abdullah II che tra la California e Londra, ha acquistato immobili per oltre 100 milioni di dollari. Operazioni saldate proprio tramite queste società offshore ma senza però infrangere le direttive nazionali sul tema. I Pandora Papers non hanno risparmiato nemmeno il Presidente Russo Vladimir Putin. Nelle carte viene fuori l’acquisto di un appartamento di lusso a Monaco intermediato da una donna che avrebbe attinto a dei fondi presenti in un paradiso fiscale. 

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Non sorprende più tanti che non ci siano tanti nomi statunitensi all’interno dell’inchiesta. Negli Stati Uniti la tassazione segue ormai da anni i dettami della più estrema ideologia neoliberista. E dunque, per i super ricchi, la tassazione americana è tutto sommato conveniente tanto quanto quella offerta da molti paradisi fiscali.